tutte le immagini dei quadri, delle sculture ed i testi tratti dai libri dell’artista sono © di Max Loy


..."Il raggio verde è una luce visibile per brevi secondi nelle chiare serate estive, subito dopo il tramonto del sole.

In metafora è qualcos’altro di più significante, una luce interiore che va cercata lì dove ha dimora: nel silenzio.



raccolta di immagini, testi e pensieri di Max Loy ...

e di quant'altro attinente alla sua arte

.

..........................Informazioni personali......................... M A X . L O Y

La mia foto
Studio: via Abbi Pazienza 14 – C.A.P. 51100 Pistoia cell. 3389200157 mail - info@maxloy.com

In these paintings of mine there are two different elements: colour and shape, casualty and organization, intuition and recognition. Two different types of music combining melody and a countermelody evoking the marvel of a stereophonic listening.


ACCOMODATI, SEI IL BENVENUTO !

Introduzione alla Sua arte

Esposizione virtuale delle opere di Max Loy.

“E’ così: ogni azione e ancor più manifestamente quelle dettate dal sentimento, affondano le radici in una regione misteriosa dalla quale ogni gesto assume un significato trascendente che è caratteristico della figura dell’uomo: egli trascende se stesso, così le sue azioni sono allegorie, immanenza e trascendenza insieme.

Questo è un mistero grande, l’unico.”

data inizio blog: 8 ottobre 2009


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mercoledì 20 gennaio 2010

In arte è così - Da "Costa dei fiori"


La sera sono al Flamingo: è una specie di gioco a pari e dispari.


Il Flamingo è dispari.

Costa dei fiori è pari

Qualcosa da obiettare?


Come sempre vedo facce nuove e facce che conosco.

Dico per dire, perché in verità non capisco più niente, troppa gente.


Questo dire basta e chiudere le porte fa parte di una sindrome complessa che investe vari campi. Ci leggo il desiderio di stabilirmi nelle posizioni raggiunte e di segnare l’orizzonte del mio campo visivo con la consapevolezza d’avere accumulato materiale sufficiente per finire il mio quadro.

Non s’invecchia di colpo, ma attraverso tante stazioni: se questa è una, è la benvenuta.

Quando dipingo ho sempre la possibilità di rinventare il quadro, in qualsiasi momento posso aggiungere o togliere qualcosa, ma a un certo punto devo dire basta, devo espormi al rischio di dire la mia in quel contesto, sviluppando quelle premesse e quei presupposti se no, non finirei mai e non basterebbe tutta la vita per realizzare una sola opera.

Mi sono sempre chiesto quante informazioni, quante esperienze, quanto pensiero, quanto tempo, quanta acqua dovesse passare sotto il ponte prima di poter diventare me stesso.

Certo non si finisce mai di crescere, questo è vero, però, a Dio piacendo, avrei il desiderio di consegnare la mia vita come opera finita e, a voler essere magnifici, rifinita. E allora comincio a farmi i conti in tasca: quanto tempo mi resta? Se non sono eterno, conoscendo la complessità della fase finale di un quadro, stimo che è ora di fermarmi, rinunciare all’inventario delle possibilità di ulteriori sviluppi, allontanarmi di tre passi per riordinare le idee e fare unità di tutto, con coerenza e con bellezza.


In arte è così: si termina un quadro ...e poi se ne inizia uno nuovo.

Domani - dal libro "Costa dei fiori"


La gente rientra dalla spiaggia e si dispone intorno alla piscina centrale, al riparo dall’umido che sale dal mare. Comincia ad esserci quel movimento che giustifica, da parte mia, l’impegno del lavoro. Così tiro fuori l’attrezzatura ed inizio la mia performance scarabocchiando alla cieca, alla ricerca di un’idea da seguire, rivolgendo come sempre un pensiero a Dio perché m’assista.
Intanto qua attorno si sta creando un bel chiasso, sono arrivati i bambini e i genitori dei bambini che dialogano amabilmente con i loro tesori:
- Perché Giovanni non ubbidisci? -

già, perché?

È arrivato Giovanni con mamma e papà.
Sentivo la mancanza di Giovanni, meno male che ora c’è.

Ho finito il nero e questo è un problema perché mi serve per contrastare e dar risalto alla luce. Al suo posto ottengo un grigio-marrone scuro, ma non è la stessa cosa, non crea stacco, è fiacco come la mia ispirazione, se così si può chiamare la noia che mi è penetrata nelle ossa con l’umido.
Continuo a sporcare la tela, ai clienti racconto che in questo modo vado allestendo il ”cantiere”, che sto organizzando il laboratorio, che porto materiale e preparo la tavolozza, perché ho imparato anch’io a raccontare balle come fan tutti, però in realtà mi sento perso.
La fase di costruzione di ogni dipinto passa attraverso questo calvario disperante. Sarà che ormai ho dipinto tutto quello che potevo e sono sazio, che odio ripetermi, sarà che ho esaurito l’energia e la curiosità perché sto invecchiando o che sono insufficienti gli stimoli esterni o è per via di Giovanni:
ma è chiaro che è colpa sua!
Come cazzo faccio a concentrarmi con questo coglione tra i piedi?

Via, son già le sei passate, il pomeriggio è andato. Meglio riporre ogni cosa, rientrare con calma, cenare e ricaricarsi per la sera.
Con automatismo faccio all’inverso le operazioni della mattina, ogni tanto sollevo lo sguardo sulla piscina e all’intorno, per quella curiosità inconscia d’osservare gli altri, valutare se commentano i miei movimenti, se si accorgono della mia stanchezza che cerco in ogni modo di dissimulare:
se si accorgono che sono ferito mi ammazzano, la carità anno 2005 ha maturato quest’etica.
Mentre son chino con la testa dentro lo stipo per assestare i pannelli, da dietro il muretto del chiosco sento interpellarmi da un tale, mi alzo e accenno un sorriso di disponibilità: - mi dica… -
Apprezza il mio lavoro.
”Ma guarda” penso ”è come nei film, a Dio piacciono i colpi di scena, quando si è prossimi alla fine, allora arrivano i nostri.”
Senza convinzione, per abitudine, soffio sul fuoco per non farlo spegnere, saggio il terreno, invento li per li qualche frase ad effetto poi, con più impegno, mi spendo per dar ragione del mio lavoro e infine appassionandomi mi lascio trasportare dall’estro e creo musica, perché sono ancora vivo.
Alla fine l’uomo mi fa certo che diventerà mio cliente perché si sente del tutto persuaso della validità del mio lavoro.
E quando accadrà tutto ciò? chiedo col fiato sospeso

- Domani. -
E io aspetto che venga domani, come sempre.





martedì 19 gennaio 2010

Offro sacrifici a Dio - dal libro "Costa dei fiori"



Gaetano è nella sua postazione di guardia sulla torretta, all’ingresso della piscina dell’hotel adiacente la spiaggia, e fa con zelo il suo lavoro che coincide esattamente con quello che ama fare: guardare il mare.
Lo guarda tutto il giorno ed è per questo che è diventato un uomo buono, sereno e saggio. Ci intendiamo su molte cose e questo fatto mi è di stimolo e fa si che con lui io parli sempre in modo ispirato e volentieri.
Oggi abbiamo parlato, tanto per cambiare, del mare e del nostro rapporto con lui. Io ho detto che il mare, come tutta la natura, è un ottimo maestro perché insegna, in metafora, con lo stesso linguaggio dell’arte, le leggi di Dio. E, per non essere oscuro, ho aperto un piccolo inciso per spiegare cos’è una metafora e cosa è l’arte, per come l’intendo.
Allora lui mi ha confidato che l’altra sera, dopo il servizio, è stato un’altra mezzora a guardare quello stesso mare che guarda ogni giorno per lavoro ed io, che sono dispettoso come una scimmia, ho fatto fatica a non dirgli ”stacanovista” che mi veniva così consequenziale, invece gli ho detto ”bravo” e ho offerto il mio sacrificio a Dio, che apprezza queste cose, così mi sono sentito in pace con la mia coscienza e soddisfatto del felice esito di questa amabile conversazione estiva, che altrimenti sarebbe degenerata in una rissa.
Quindi ho rimesso la canoa in acqua e in tutta calma ho fatto ritorno a Costa dei fiori per stendere il resoconto di questa giornata.
Sono rimasto un’ora fermo a scrivere mentre il sole calava in mezzo al chiasso indiavolato degli uccelli che tutto quello che devono dirsi se lo dicono tra le sette e sedici e le sette e cinquantanove.
D’improvviso si tacciono….
Beh?
Sono le otto.

Prima di partire - dal libro "Costa dei fiori"


Prima di partire voglio assolutamente fare quella romantica escursione al faro di capo Spartivento, restare lassù ore a prendere l’ultimo sole e a guardare l’orizzonte per ricapitolare il mio pensiero e, magari, trovare l’ispirazione per chiudere in bellezza il libro, facendo quello che chiamo il ”punto nave” esistenziale di questa ultima estate.

Si chiude una parentesi e se ne apre un’altra, come con i quadri.


”capire dove si è stati, per intuire dove si andrà.”


Mentre scrivo nelle ore della prima mattina, seduto sotto la palma che guarda la piscina dell’hotel Costa dei fiori, li dove mi ha piazzato il destino, vedo passare sulla mia verticale, a bassa quota, un elicottero antincendio: ai sardi piace scherzare col fuoco. Se ne va su e giù indaffarato e zelante con un minuscolo secchiello da spiaggia, fregato all’angelo di S. Agostino che, sempre con lo stesso secchiello, a suo tempo, sfidava il santo a svuotare con quello l'acqua dell’oceano, per costringerlo a ragionare.

Mezzi sproporzionati e rimedi inadeguati…. Cose ridicole e ingenue per rabberciare inutilmente disastri irreversibili: le cazzate degli uomini.

Ne ho viste molte e direi che ne sono sazio.

Abbasso lo sguardo e incrocio in distanza il sorriso di Matteo, sta venendo da me e pare abbia qualcosa da dirmi

- La famiglia. - dice deciso appena mi è prossimo, sorride e non aggiunge altro.

- la famiglia che? - rispondo io che sto ancora pensando all’elicottero e a S. Agostino.

- è il mio obiettivo. - …ah, capisco…ricordo, gli avevo fatto una domanda…ma guarda…

- …e che significa ”famiglia”? - chiedo di rimando, senza aspettare una risposta

Questa volta, invece, Matteo non ha esitazioni, ha già approfondito per conto suo l’argomento e risponde pronto:


” Protezione”


Lo guardo di traverso, piuttosto sorpreso, e prendo a lisciarmi la barba sul mento, poi allargo le braccia e le lascio ricadere inerti lungo i fianchi come chi si arrende ad un’evidente evidenza

- eh! - sospiro, annuendo col capo - mica sei andato tanto lontano dal centro… - e rimango pensieroso.

Svuotati che ti riempio - da "Costa dei fiori"



Allora, visto che ero in alto mare, in tutti i sensi possibili ed immaginabili, e mi sentivo alquanto frustrato, poiché non c’era nei paragi nessuno con cui prendermela, ho gettato la spugna, mi sono sdraiato e mi son dato per morto per vedere se Dio si spaventava. Attendendo di vedere l’effetto del mio gesto intanto mi domandavo dove avevo sbagliato, senza però venire a capo di nulla e alla fine, stanco di fare il cadavere e preso dalla rabbia per l’indifferenza di Dio, ho dato sfogo al malumore pigliandomela direttamente con Lui: ”senti” ho detto ” ho fatto quello che potevo, l’ho fatto per un senso del dovere, per compiacerti e mi sono spremuto le meningi e ho faticato tutti i giorni per non lasciare le cose a metà, ma se la mia minestra non ti piace (mi sono ricordato questa cosa della minestra) allora cucina tu, io mi arrendo perché mi chiedi sempre troppo.” E mi son messo a sonnecchiare con ostentazione.
A cento metri da me è passata una grande vela e se n’è andata, poi in senso contrario ne è passata un’altra, poi è arrivato un elicottero che ha fatto un cerchio su di me che non ho capito e poi non è passato più nessuno e c’è stato un grande silenzio in cui non è successo niente che io sappia.
Solo a tratti, trattenendo il respiro, riuscivo a percepire voci rapite dalla brezza alla lontanissima riva o a qualche natante invisibile, voci così flebili da poter essere confuse con altre voci alla deriva, strappate alle rive ancor più lontane della memoria.
Sono rimasto così, cullato dolcemente dal mare e mi sono lasciato portare dal vento, andando alla deriva per un’ora con la mente sempre più vuota. Poi ho aperto gli occhi, ho sollevato la testa, mi sono messo a sedere, non troppo sveglio, e ho preso a rimirare la simmetria dei piedi nel loro alloggio a prua, i peli imbionditi delle gambe e le mie mani scure contro il giallo della canoa. Tutt’intorno acqua, acqua, acqua, acqua…. Poi ho visto qualcosa galleggiare, con due colpi di remo mi sono avvicinato e ho raccolto una canna. L’ho sollevata svuotandola dell’acqua che la riempiva, invadendo tutti i suoi scomparti come camere stagne di un relitto e, dal foro in testa ho sentito il lieve risucchio dell’aria che prendeva il posto del mare, l’ho immersa ed è uscita l’aria, e poi ancora e ancora, su, giù, dentro, fuori, meravigliato di questo prodigio della fisica ed altrettanto della mia idiozia, ho continuato a trastullarmi con l’insegnamento più esplicito che mi stava impartendo Dio:

”svuotati, che ti riempio”

Antropologia - dal libro "Costa dei fiori"


http://www.youtube.com/user/maxloy1950#p/u/19/YCI1RnXAFzs


Mi offro alla curiosità del pubblico attraverso le mie opere, ma per me lo spettacolo sono loro, le persone.

Le osservo continuamente.

A volte gioco con loro

- Come sono belli i suoi quadri, chissà le quotazioni!.... - esclama una turista

- Ha paura di chiedere il prezzo, signora? Non c’è problema - rispondo

- Guardi, vede quel quadro alla sua destra in alto? ecco quello costa 20.000 euro, quello sotto 45.000 e quello un po’ più grande 60.000 -

La signora si mette una mano sulla bocca per l’emozione e mi guarda per capire se scherzo, ma io non batto ciglio e rimango serissimo.

- Poi, con un po’ di sconto - continuo imperterrito - si può arrivare a 600 euro- piego la testa da un lato -..o a 300, dipende..-


Mi incuriosiscono i comportamenti strani:

Alcuni passando davanti alla mia esposizione, diretti altrove, volgono la testa con curiosità, torcono il collo fino allo spasimo….ma le gambe non si fermano e se li portano via.

sabato 16 gennaio 2010

Venire alla luce




Che il tempo passi ce lo ricorda anche lo specchio.

Il Tempo ci opprime con l’esperienza del buio per sospingerci ancora, in un esodo senza fine, verso la luce.


D’istinto fuggo i luoghi chiusi, il nero delle solitudini, le strade senza sfondo e le dissipazioni.
Detesto i capolinea, il non-senso e la fissità della morte.

- Un Sole che sorge verrà a visitarci dall’alto -




Il sè
nella sera
rinchiuso e angusto
ottenebra e allontana.

Il tempo porge al movimento
si capovolge la clessidra
l'ora segue e termina...


Sacra notte di stupore
e di nevosi inverni
nelle stanze striate di luce
brillano i sorrisi

si ricerca
intimo nel silenzio
l'alta bellezza di stelle.


E cammina solitario
chi
in regime di spirito
sotto cieli aperti
di torridi estati
è fedele all'amore.

Nel respiro del vento
lo sguardo
attraversa l' orizzonte lontano
penetra nel mare
chiaro e scintillante.

Bramosia di splendore

dono che genera
che si fa arcobaleno
grazia leggera
volo.

Nell'essenza delicata
della fanciullezza

si fa ritorno

ed è gratitudine
quel che resta.

Essere alla luce
...finalmente.



MARIELLA MURGIA



http://www.youtube.com/watch?v=3XTUXQaTqDM

sabato 2 gennaio 2010

Il profumo del caffè - Da "Costa dei fiori"



Ah! Il profumo del caffè!....
Apro il barattolo, aspiro l’aroma e subito sale alla memoria il ricordo astratto di qualcosa di felice e di solare che ha attraversato il tempo e tutte le mie stagioni.
Avverto della sensualità in questo odore e se dovessi collocarlo in un contesto vedrei bene una baia serena che racchiude in un vasto golfo, piccole isole abitate, abbracciate da un mare tranquillo inondato di luce, una spiaggia tra le palme, sulla riva una barca di legno e all’interno cespugli fioriti d’oleandro, una capanna di canne e foglie e dentro, in una penombra dorata, striata dal sole che filtra dal tetto, il bel corpo abbronzato e caldo di una giovane donna, adagiata su di un bianco lenzuolo di lino grezzo, in indolente attesa di fare l’amore.

Chiuso nel barattolo a tenuta d’aria, c’è questo sogno che profuma di caffè: un’essenza felice.

La notte - da "Costa dei fiori"



La notte dormo bene, rilassato, stirando le membra con piacere ad ogni cambio di posizione. Non ho più avuto attacchi di cervicale e faccio anche dei piacevoli sogni, senza avere più gli incubi delle strade smarrite e della sepoltura. C’è stata un’evoluzione ed era ora: di notte faccio altre cose.
Ad intervalli, dal sonno risalgo alla percezione cosciente, respiro l’aria che entra scostando la tenda, profumata dell’erba aspra ed amara di Sardegna e resto quieto ad ascoltare i familiari rumori della notte, non altro che vento e un modulato stormire di fronde.
Qualche cane abbaia in lontananza.


Senza accorgermene mi riaddormento e continuo il sogno interrotto, come il secondo tempo di un film.

Di giorno non ricordo più nulla, ma appena poso la testa sul cuscino riprendo il contatto con il profondo, ricollegandomi alle atmosfere vissute la notte precedente. S’è stabilito questo automatismo, però tutto deve accadere spontaneamente, non posso anticipare o ritardare nulla.

Così anche di notte continuo a vivere esperienze che mi traghettano al di là dell’ovvio e che trascendono la realtà, rivelandone la dubbia consistenza.


Motoscafi - da "Costa dei fiori"


Forse devo riempire la mia solitudine.

Mentre penso faccio strada nel mare e non m’accorgo della fatica, né del caldo o del freddo. Solo sto attento alle onde quando il mare è mosso, e ai motoscafi che, specie dopo mezzogiorno, solcano nei due sensi l’orizzonte oltre o dietro di me. Dove vadano è un mistero. Sembrano presi dall’urgenza di un’ambulanza e volano sparati verso il nulla. Dopo un po’ li vedo tornare indietro e sparire alla stessa velocità dalla parte opposta, offrendo alla mia riflessione una tangibile ed indovinata metafora della corsa folle e senza scopo della vita contemporanea: quando saremo stanchi di andare avanti nel vuoto dovremo fare altrettanta strada al contrario, solo per guadagnare il punto di partenza, senza aver fatto nessuna esperienza del mare che chiede altri ritmi e ben altra disposizione d’animo.

Tutti mi raggiungono venendo da lontano e mi superano rimpicciolendosi nel blu, facendomi ballare sulle prime tre onde che mi corrono incontro un minuto dopo il loro passaggio. Le scavalco ed entro nella terra di nessuno che sempre si forma nella loro scia. Sembra sia passato un ferro da stiro (e un po’ ci somigliano) che abbia spianato l’increspatura del mare, una corsia larga dieci volte chi l’ha fatta, dove si respira il miasma acido della civiltà.

Passo oltre e punto verso un panfilo ormeggiato al largo del Flamingo. Mi avvicino. In mare le distanze ingannano: a volte sembra d’essere lontani, a volte prossimi a qualcosa che si vuol raggiungere e ci si sbaglia perché manca il confronto relativo.

Buono anche questo dettaglio per un approfondimento.

Quando sono finalmente a non più di cento metri risultano evidenti le dimensioni extra di questa ”barca”.

Quando i motoscafi superano una certa misura e diventano yacht o panfili acquistano una diversa dignità. Non viaggiano più con quella presuntuosa e sbagliata impostazione nautica che fa sollevare la punta e sprofondare la coda, il loro assetto rimane costante e l’armonia della linea non subisce alterazioni. I motori entrobordo non salgono di giri con l’isteria dei cani piccoli, ma brontolano regolari sott’acqua con un suono che culla il sonno e rasserena i sogni.

Queste sono barche che viaggiano e hanno il mio rispetto e la mia ammirazione.

Mi accosto di più, sfilando lentamente di lato. Lo scafo si allunga e si dispone per farsi ammirare in tutta la sua slanciata struttura. Mi avvicino alla grande prua che mi sovrasta con i suoi sei metri fuori acqua. La nave all’ancora oscilla solenne con la cadenza lenta dei leviatani, creando vortici e respiri profondi a prua che, ad intervalli misurati, mostra la grondante prominenza sommersa.

Resto li a due metri dal riflusso, col remo in retromarcia pronto ad evitare guai.

Strano il colore del panfilo, un grigio-verde militare. Ha molti strumenti in vista: radar, antenne, globi di vetro blu che chissà cosa sono, argani e nella veranda a poppa un bianco, grande ombrellone.

Chissà a chi appartiene.

Sento il rombo cupo di un altro motore in avvicinamento. È un grosso motoscafo che si dirige a grande velocità verso di noi. Porto la canoa a ridosso del panfilo perché mi faccia scudo nel caso non mi vedano.

È la guardia di finanza, punta decisamente qui.

A questo punto mi sposto, hai visto mai nasca qualche problema e incomincino a sparare? Con questo Bin Laden del cazzo che non si sa dov’è, non si può mai sapere…. Meglio mettere tra me e i guai una giusta distanza di sicurezza.

Ma la finanza gli gira intorno spumeggiante e com’è venuta riparte a tutto gas chissà per dove: dovrà controllare gli obiettivi sensibili sulle indicazioni telefoniche in codice del ministro per la sicurezza. Così il caro Bin non deve interrompere il suo pranzo a bordo per andarsi a radere di fretta la barba e ordina rilassato il secondo circondato da tante belle femmine col burka che copre solo il loro conturbante viso e lascia il resto tutto in bella vista, secondo l’ultima interpretazione talebana del Corano.



E' morto l’Uomo Pietra! - da "Costa dei fiori"



E' morto l’Uomo Pietra!

E se non è morto starà sdraiato da qualche altra parte a smaltire una sbornia.

Era sempre li, non si sapeva se vivo o morto, sotto il sole delle due con quaranta gradi all’ombra, a non far niente per tutta l’estate, stravaccato su una seggiola sgangherata, col ventre prominente in bella vista e la testa leggermente inclinata di lato, per quanto gli consentiva la mobilità del collo da macellaio, incassato nel tronco primordiale come un megalite di Sciola.
Era incredibile, faceva concorrenza spietata a Venc., non faceva un cazzo molto meglio di lui, con uno stile insuperabile: non si muoveva neanche, stava immobile senza batter ciglio immerso nelle sue profondissime meditazioni per intere stagioni, roba da non credere!
Il suo tugurio è sulla statale che porta alle spiagge, sulla via che percorro tutti i giorni e anche ora che è sparito, quando passo di là allungo lo sguardo per cercarlo, tanto mi sembra impossibile la sua assenza:
se anche le pietre muoiono e scompaiono che ne sarà di tutto il resto?

Un altro che non fa un cazzo magnificamente è un omino triste che vive accanto al porcile di Venc.
Li raduno tutti qui, in questo paragrafo perché si facciano buona compagnia e non rompano i coglioni nel resto del libro che è denso di attività.
Lo incontro quando vado e vengo con la macchina: se ne sta sul ciglio della strada a fare niente e a volte lo trovo di spalle che guarda la base di un muro: ”forse sta osservando una lucertola” penso con indulgenza, ma no, non c’è nessuna lucertola. Tiene in mano un bastoncino e ogni tanto lo muove un po’ su e un po’ giù, un po’ su e un po’ giù, con l’aria depressa di una mente che non pensa.

E allora, visto che il mondo è pieno di gente che non fa niente e campa lo stesso, perché devo lavorare io? Proprio ora e con questo sole?
Approfitto dell’occasione speciale di questo capitoletto, mollo tutto e me ne vado in canoa: non concludo un cazzo come i miei amici di sopra, ma almeno mi diverto.





Conversazione - dal libro "Costa dei fiori"




- Andate al mare? - chiedo a Mara che vedo già affaccendata in cucina.

- No, dobbiamo fare la spesa e devo cucinare un po’ di roba così domani, quando torneremo dalla spiaggia, non dovrò preparare tutto. –

Avevo dimenticato che la tavola è la loro religione: io sono più frugale, ma li capisco, amo quel proverbio che dice: ” a tavola non s’invecchia”.

Solo mi riesce difficile immaginare mia sorella impegnata, come mi ha detto, nella meditazione trascendentale: prima o dopo i pasti? mi verrebbe da chiederle.

- Fa freddo! - mi dice, stropicciandosi le braccia, facendo con l’espressione della faccia schifata l’imitazione di nonna Jole che le è sempre riuscita tanto naturale.

- La giornata è cangiante e sul mare sarà bello. - pronostico di rimando, dimostrando quel ottimismo che in famiglia mi hanno sempre raccomandato di coltivare.

- ..e a Costa dei fiori si starà benissimo… Se ve la sentite raggiungetemi li. - se mi invidiano un po’ non mi dispiace, per tante buone ragioni.

- Lo sai che Lolly è andata in Israele? - mi fa, seguendo i suoi pensieri.

- con il pericolo che c’è!... – esclama con disapprovazione.

Io sollevo impercettibilmente un sopraciglio ”che c’entra questa cosa?” penso, poi rispondo con un ”mmh” diplomatico, vorrei commentare ”chi gliela fatto fare?” però non so cosa pensa lei e prevale la prudenza.

- …ma Lolly dice che laggiù tengono ai turisti, prima aspettano che tutti i turisti siano partiti e poi combinano i loro casini. – continua rassicurante con quel suo fare a metà tra lo scandalizzato e il divertito che è il suo più paradossale e tipico atteggiamento .

Io, invece, da buon fondamentalista, colgo al solito lo scandalo di questa cinica affermazione:

- è il caos del mondo di oggi, Mara, basta ascoltare un telegiornale….c’è una promiscuità sacrilega di disgrazie e business, e business sulle disgrazie che porta allo sconforto. –

- Si, fa proprio schifo! – conviene anche lei e rifà quell'espressione che, in effetti, mi fa convinto che la pensa proprio così.

Allora mi faccio coraggio e arrivo al punto, quello che da molti anni è il mio chiodo fisso:

- è per questo che sto molto meglio se non accendo né televisione né radio. –

- eh….ma bisogna tenersi informati. - replica lei, mettendo in controtempo i piedi in due staffe ed io che non ho mai posseduto questa disinvoltura continuo invece per la mia strada:

- ma ti sembrano informazioni quel teatrino della politica e degli scoups? Non c’è verità in quest’informazione, solo scopi occulti, manovre e tanta volgarità stupida e rumorosa….secondo me non perdo niente. –

Voglio uscire, infilo la chiave sbagliata nella serratura della grata della cucina, provo l’altra del tutto simile: non entra. Riprovo la stessa di prima: ce ne sono solo due, o è l’una o è l’altra!

- E’ importante sapere cosa accade nel mondo – insiste Mara, chissà perché prende a cuore questa conversazione nata per caso e già incline al malinteso. Ma io non voglio imbarcarmi in nessuna discussione e le rispondo accomodante:

- vuol dire che ogni tanto mi affaccerò a quella finestra. - ed esco.

venerdì 1 gennaio 2010

La terza categoria - da "Costa dei fiori"




In un hotel quattro stelle, aspirante a cinque, con tutto il lusso che è possibile immaginare, permane tuttavia irrisolto il problema della convivenza che crea sempre disagi: c’è chi a tre metri da te discute ad alta voce i suoi problemi con l’amico, il vecchietto che tiene la radio accesa e ti delizia con le musichette del suo tempo, ci sono i bambini isterici e quelli soltanto capricciosi che piantano di quelle grane e fanno di quegli strilli che se il parco non fosse grande finirei per litigare tutti i giorni con i loro rispettivi genitori idioti, che sono quasi sempre la causa scatenante di simili pandemoni. Poi c’è il piano bar che è bellissima cosa per quelli che amano il piano bar, ma se per mancanza di fantasia uno vuol andarsene a dormire, non può e deve godersi tutto il repertorio che qualche volta concede anche il bis su gentile richiesta di qualche nottambulo.
Io non so come si vive in camera, ma suppongo che se quella genia di persone che creano disturbo all’aperto, dove c’è spazio, te le ritrovi tutte insieme nella stanza accanto o in quella sopra….beh…non hai scampo!

La vita d’albergo è così: per questo la evito.

Mi viene il sospetto che gli ospiti dell’hotel, specie quelli che tornando anno dopo anno mi ritrovano sempre qui a godermela alla grande, provino un sentimento d’invidia e che, viziati da quello stato d’animo, interpretino il mio atteggiamento schivo come segno di sufficienza nei loro confronti.
Se fosse vera questa cosa ne sarei molto dispiaciuto perché non mi piace che la gente mi legga nel pensiero.
E d’altra parte che dovrei pensare di questi poveracci che arrivano da lontano trafelati con valige, bambini e tutti i loro problemi che non riescono a scrollarsi di dosso, che qualche volta incappano nel maltempo e che spendono una pala di quattrini per restare di cattivo umore, ammazzandosi sotto il sole nelle ore più sbagliate, per stipare in pochi giorni l’estate che, per le persone normali come me, dura almeno tre mesi. Poi, appena cominciano a rilassarsi un po’ devono già ripartire per far ritorno nelle città roventi, alla frenesia del lavoro che gli serve per mettere da parte i soldi che poi spendono qua in questo modo triste?
Che dovrei pensare, eh?
A parte il dettaglio che sono l’unico mortale che rientra da una vacanza di tre mesi più ricco, beh….diciamo meno povero, di quando è partito.

Io cerco d’aiutare questa povera gente col mio esempio: mi mostro pensante, attivo, partecipe, mostro il frutto di quel che semino, invito all’assaggio, vengo incontro alle tasche vuote, non faccio discriminazioni tra le etnie e sono educato, non disturbo e sorrido a tutti. Ma dopo questo che altro posso fare per questo prossimo indigente?
Gli mostro anche come ci si diverte!
Se nonostante il prodigarmi per loro questi sciagurati restano indietro, abbarbicati alle loro piccole infelicità, e non si smuovono dalle loro circolari abitudini….tanto peggio per loro, non meritano altra carità.

Il mondo si divide in due categorie di persone: i prepotenti e gli invidiosi e poi ce n’è una terza che non ha nome e alla quale appartengo io solo.




- Bene! caro quadro, a noi due! - da "Costa dei fiori"




- Bene! caro quadro, a noi due! - Sono le 16,30 e ho passato tutta la mattina in mare: ora devo quagliare.

Ho portato tutto il mio armamentario sul prato accanto al chiosco, nella zona centrale dell’hotel, dove sono più visibile perché diciamolo, ora non avrei nessun motivo per finire questo lavoro, lo faccio per attirare l’attenzione: è una semina, pressappoco.

Mentre traffico per sistemare il cavalletto in quella posizione, traversa al vento, che indovino con approssimazioni e tentativi creativi, vedo invadere il mio spazio da un gruppo di persone che si accomodano a far salotto sistemando i lettini due metri da me.

È eccessiva questa vicinanza! La gente non la capisco, non ha ritegno, ti si siede in braccio e poi ti ignora.

Concentrarsi in queste condizioni è sport estremo.

Torno al dipinto, lo guardo con la testa piegata da un lato: questa postura non serve a niente, ma mi ricordo che mamma quando addobbava l’albero di natale quarant’anni fa, si allontanava di qualche passo e lo rimirava così, con la testa piegata.

La mia formazione attinge alle più disparate fonti.

Intanto esploro per ogni verso il quadro, compio il solito gesto che suscita curiosità, di stender un braccio e di strizzare un occhio, che ha lo scopo di escludere alla vista porzioni dipinte che tento d’immaginare diverse, poi mi avvicino, capovolgo il pannello e ricomincio l’analisi. Alla fine, non sapendo dove mettere mano, decido di sparare nel mucchio, prendo il pennello, lo immergo nel rosso e zac! Poi tocca al blu: zac! E vai col giallo: niente di meno che i colori fondamentali, cosa ovvia per un fondamentalista.

Ancora no, non ci siamo.

Aver sprecato dieci chili di colore, stratificato uno sull’altro come la gente sulla spiaggia di Chia il giorno di ferragosto, per non concludere niente è uno smacco che mi brucia come un insulto.

- Tiè, vaffanculo! - faccio guizzare le ultime due pennellate intinte nell’oro acrilico, affidando alla rabbia l’ultimo tentativo di salvare l’opera e resto sul colpo a valutare il risultato. Mi allontano ricordandomi che Dio è misericordia e lentamente mi volto per il giudizio finale: un’Apocalisse, è il primo quadro da buttare della stagione.

Dio perdona , ma io no.

Alle spalle mi interpella una vocina che mi sembra familiare

- È vero che i pittori possono fare tutto? – ”e tu chi sei?”, mi volto e un metro sotto il mio orizzonte riconosco la bambinetta che mi scambia per un cane: da lei solo domande bizzarre

- beh….proprio tutto no… - rispondo con onestà, considerando che ho appena abbandonato al suo destino una mia creatura:

- … però se la cavano. –


Mi studio questo scricciolo birbante che mi ricorda tanto Sandra Mondaini quando faceva ”Sbirulino” : ha lo stesso spirito innocente e sfrontato, arricchito da una buona dose di stravaganza matta.

Le somiglia anche.

Chissà che non sia la sua reincarnazione.



Parola di Dio - dal libro "Costa dei fiori"









Costa dei Fiori, ore 21

Anche per questa sera ho completato l’allestimento ed ora rimiro tutti i miei ventidue quadri disposti in bell’ordine sui cavalletti contro il buio del parco: una parete di domande colorate in un’ora in cui è facile sognare.
Ed ecco una prima visitatrice, una giovane mamma con una bella bambina bionda in braccio. Osserva con attenzione la mostra mentre io seduto sulla mia seggiola da regista butto giù queste righe che stanno appena un passo dietro ai fatti.
Sospendo un attimo e inforco gli occhiali
- Le piacciono? - chiedo
-Si, ma non è il mio genere – gentile e decisa, una risposta ortodossa , ma che non lascia spazio di manovra. Però a me piace fare esercizio oratorio anche per sport e mi interessa studiare fino a dove possono le parole.
- …eppure sapesse quanto sono interessanti questi quadri…. - comincio a dire - ..sa, anni fa dipingevo quadri figurativi. Ha avuto modo di sfogliare i volumi che ho messo a disposizione del pubblico? –
- No, non li ho visti. -
Mi alzo e prendo il secondo volume, lo apro sulla rassegna dell’ultimo periodo figurativo, dove la resa del dettaglio è particolarmente certosina e le mostro le foto di alcuni dipinti.
Conosco l’effetto che fanno a chi piace quel genere di pittura e infatti, come avevo previsto, anche questa signora resta molto colpita da questa mia diversa identità e dalla bravura ed esclama:
- eh, questi si li capisco….. sono bellissimi! –
- Eppure, signora, come le dicevo, questi che ha di fronte - e con un gesto della mano descrivo l’arco della mostra – sono anche più belli e soprattutto più misteriosi… - La signora osserva nuovamente la rassegna mentre la bambina le si struscia addosso come un micio affettuoso. Io continuo
- se vuole le spiego perché. -
Vuole.
- Vede - dico allora - questi quadri sono innanzi tutto trasparenti…. Lei può guardare attraverso di loro come fossero di vetro. Questo non accade nella pittura figurativa dove il pittore, se è bravo, definisce ogni dettaglio così bene che l’osservatore è pressoché obbligato a percorrere passo passo tutta la strada che gli è stata preparata per farlo giungere esattamente li dove si voleva arrivasse. Ma qui non è così, in questi quadri magicamente esistono tante strade per quanti uomini contiene il mondo e ognuno può scegliere quella che più gli somiglia e inoltre, guardando attraverso queste finestre, immancabilmente si finisce per vedersi dentro. Allora significa che stare bene davanti a questi quadri significa anche stare bene con se stessi e di più, se essi vivono della nostra ricchezza interiore, godere di loro sta a significare che siamo ricchi dentro. E tutto questo, come vede, è espresso in modo giocoso, disinvolto, spontaneo e informale. Si parte dalla piacevolezza di superficie per scendere alla profondità che vogliamo e di cui siamo capaci senza fare sforzo e senza limiti di cornice. Che ne dice? -
…Ecco, ho sparato i miei fuochi d’artificio, ho offerto lo spinello allucinogeno della parola, ho amministrato con arte il tono della voce, le pause, il ritmo. Potrei continuare per ore descrivendo la tecnica, dimostrando quanta affinità esista tra canone estetico e morale, tra arte e vita, gemellando le alchimie pittoriche alla scienza e, dunque, alle leggi dell’universo fino ad appoggiare questo fantasioso e rigorosissimo castello logico sulle monolitiche fondamenta della Chiesa e da li spiccare il volo verso l’infinito agganciandomi alla scia delle comete….. potrei fare certamente tutto questo e colto dal raptus creativo modulare la voce fino al canto….. potrei farlo, ma….

……ma quando è no, è no.

Questi quadri non sono il “suo genere”.
Le persone non le cambi: parola di Dio.