tutte le immagini dei quadri, delle sculture ed i testi tratti dai libri dell’artista sono © di Max Loy


..."Il raggio verde è una luce visibile per brevi secondi nelle chiare serate estive, subito dopo il tramonto del sole.

In metafora è qualcos’altro di più significante, una luce interiore che va cercata lì dove ha dimora: nel silenzio.



raccolta di immagini, testi e pensieri di Max Loy ...

e di quant'altro attinente alla sua arte

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..........................Informazioni personali......................... M A X . L O Y

La mia foto
Studio: via Abbi Pazienza 14 – C.A.P. 51100 Pistoia cell. 3389200157 mail - info@maxloy.com

In these paintings of mine there are two different elements: colour and shape, casualty and organization, intuition and recognition. Two different types of music combining melody and a countermelody evoking the marvel of a stereophonic listening.


ACCOMODATI, SEI IL BENVENUTO !

Introduzione alla Sua arte

Esposizione virtuale delle opere di Max Loy.

“E’ così: ogni azione e ancor più manifestamente quelle dettate dal sentimento, affondano le radici in una regione misteriosa dalla quale ogni gesto assume un significato trascendente che è caratteristico della figura dell’uomo: egli trascende se stesso, così le sue azioni sono allegorie, immanenza e trascendenza insieme.

Questo è un mistero grande, l’unico.”

data inizio blog: 8 ottobre 2009


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martedì 8 dicembre 2009

Business nel deserto - dal libro "Sea life"




Alle ore nove del mattino, per otto euro, mi son comprato queste bellissime e utilissime babbucce azzurre. Alle ore dieci mi sono amaramente pentito dell’incauto acquisto perchè oltre ad essere scomode, dopo due passi nell’acqua si riempiono di sabbia.
L’euforia del guadagno di ieri sera mi ha dato alla testa: faccio spese sconsiderate.
Per rimediare mi costringo a salutare il mare e a portare le chiappe nel mio studio.

Certe volte il mio lavoro mi pesa proprio, questo sforzo d’immaginare e poi riempire la tela di colore, tracciare i contorni, definire, contrastare e alla fine scervellarsi per aggiungere il “quid” , senza il quale un quadro non è mai un bel quadro, è sfibrante.
Oggi sono così svogliato che dopo dieci minuti devo andare a prendermi un caffè italiano espresso stretto e buono per non addormentarmi al cavalletto.

Quando rientro trovo una bella donna che sta guardando i miei lavori e cado nuovamente in uno stato catatonico, contemplativo. Ma che piacevole sorpresa, dico, con quel pizzico di galanteria che tradisce i miei pensieri birichini - Max Loy? - fa lei - can you make... - e attacca a parlare fitto fitto in inglese senza porsi il problema se io capisco o non capisco: lei suppone di si, ma io sono certo che no, non ho capito proprio niente tranne il fatto che questa qui ce l’ha indubbiamente con me e che probabilmente mi sta chiedendo qualcosa in merito al mio lavoro. A questo punto devo scoprire le mie carte ed espormi alla figuraccia “ i don’t understand” non capisco un’acca, può ripetere parlando più lentamente per favore?
Morale: è qui per commissionarmi due pannelli piuttosto grandi per il Sea Club e mi chiede se sono in grado di realizzarli su un disegno prestabilito. Ovvio che si, sarei capace di rispondere si anche se mi chiedessero di costruire una cattedrale. Certo che sono in grado però, dico, mi devi procurare il supporto e i colori perchè i miei non sono adatti.
Uso un eufemismo per non dire che fanno schifo.
E la mattina si chiude con questa lieta aspettativa.
Dopo pranzo mi prende l’impazienza di sapere qualcosa di più su questa commissione e visto che Laila, questo è il nome della miss, non si è fatta più sentire, la vado a cercare al Sea Club, facendo una piacevole passeggiata digestiva, così studio più attentamente la struttura e la clientela di questo hotel e ripongo le informazioni nella mia banca dati a buon rendere.
Laila non c’è, mi rispondono in inglese alla reception, è fuori ufficio.
Chi sia Laila non mi è ben chiaro.
Questi personaggi spuntano così, dal nulla, danno l’impressione d’essere dei dirigenti e magari non sono nessuno. Ho capito invece perchè Laila non è nel suo ufficio: è venuta da me e, chiaramente, non mi ha trovato perchè ero qui a cercare lei. Ma io le avevo lasciato si o no il mio numero di telefono? ahiaiai queste donne belle!
Quando rientro, ad aspettarmi nel mio studio c’è invece R., il nuovo direttore dell’hotel Sea Life che A., il direttore di prima, giorni fa aveva menzionato chiamandolo “ragazzo”. Quando si presenta lo guardo sorpreso perchè un ragazzo non è: è un ometto dai capelli radi e un po’ sofferente che pare poco in sintonia con questo ambiente solare. Comunque è il direttore ed io mi sintonizzo sulla sua frequenza.
Probabilmente non sa niente di me, chi sono e a che titolo occupo questo negozio, mangio, bevo, mi faccio il bagno in piscina e ho una camera a mia disposizione, lo capisco da come mi guarda e da come prende alla larga i discorsi che mi riguardano ... chissà potrei essere anch’io un dirigente....
Ci metterà un po’ a capire che invece non sono nessuno.
Comunque qualcosa gli devono aver detto perchè viene con una richiesta precisa: vuol sapere se posso realizzare un trompe l’oeil nel salone sopra il ristorante ed io, ancor prima di ascoltare i dettagli della cosa, ho già deciso di non lasciarmi sfuggire questa inimmaginabile occasione. Potrebbe preludere a qualcosa d’importante e dare senso a quest’avventura egiziana con degli sviluppi imprevedibili.
La mia fantasia subito si accende e la vecchia favola della “ricottina” si ripete. Ma bene! penso, vediamo se riesco a vincere tutto il banco di questo strano gioco alla roulet che è la vita.
- No problems - dico e così fissiamo un appuntamento per domani per parlare dei dettagli di questo progetto. Segue una stretta di mano: siamo uomini d’affari.

In serata vendo anche un quadro, per la verità lo svendo, ma per una buona causa: i soldi. Il cliente è ancora una volta lo svizzero recidivo.
Praticamente son qui solo per lui È complicata la vita, per incontrarsi bisogna fare il giro del mondo.

Ora sono in attesa delle undici, orario congruo per andarmene a letto. Nel pomeriggio ho preso a quattr’occhi Francesco, il capovillaggio, e l’ ho pregato di informare gli ospiti dell’hotel dei miei orari perchè trovo snervante e anche poco dignitoso essere sempre a disposizione. Naturalmente io faccio richieste campate per aria, parlo al vento perchè son passati cinquant’anni dal mio imprinting che ancora mi lega all’etica e alla disciplina della vita militare di mio padre, ma da allora il mondo è cambiato.
Figurarsi a chi frega del mio imprinting, della disciplina e dell’etica che forse era scomoda anche cinquant’anni fa.
Io li chiamo “ospiti dell’hotel” ma qui vivo in mezzo a gente tatuata che va in giro col sedere nudo e che scambia la notte per il giorno gozzovigliando con una bottiglia di birra in mano.
Secondo me ha più credito un missionario nel Borneo che un’artista in un villaggio turistico.

E allora perchè son qua?

.... E' preoccupante ammetterlo, ma qua è come altrove, perchè questo è il mondo duemilaquattro anni dopo Cristo: Dio è morto e non c’è altra spiaggia.





Domenica - dal libro "Sea life"



Domenica.

Aggiorno il conto con riferimento alla domenica. Sono partito di domenica ed è passata un’altra domenica. Mi dispiace di non poter andare a messa, non saprei proprio a chi rivolgermi. La chiesa quì è mare, deserto, cielo e luce. Penso a Diego che diserta la domenica, mi chiedo in quale chiesa alternativa entra. Come tutti i giovani è insofferente della disciplina, ha in odio i compromessi, è radicale e manca d’umiltà: vuole essere un self made man. I giovani non hanno il senso del peccato e della Storia, pensano d’essere diversi, immuni e puri. Quello che capita agli altri è cosa che non li riguarda. Bisognerebbe parlarne un po’ con calma e per bene, ricominciando dall’inizio.
Propositi. Finisco col chiedermi quale esempio ho dato e spingo lo sguardo lontano sul mare, fino all’isola di Tyran, poi mi concentro a terra, guardo i miei piedi camminare sulla sabbia della riva e mi distraggo con il movimento della risacca.
Faccio avanti e indietro sulla piccola spiaggia dell’hotel e ogni tanto mi chino a frugare la sabbia, ma non raccolgo niente.
Sembro uno che cerca qualcosa.

Naama bay - dal libro "Sea life"




Questa sera non lavoro, voglio unirmi al gruppo di turisti che va a Naama bay alle cinque e mezza.

Naama bay vive di notte, si accende di mille luci al tramonto del sole e, come una piccola Venezia, tesse i suoi storditi incantesimi nell’indolente mollezza dei salotti da fumo, nella penombra rossa dei ristoranti, nei negozi rutilanti di colori e di riflessi d’oro e d’argento. Fa già buio alle sei e il buio regala fascino a realtà che di giorno risultano povere, disadorne e inconsistenti.

M’incammino nella strada principale.

È una strada interdetta al traffico, diritta e lunga mezzo chilometro, dalla quale si dipartono o affluiscono tutte le altre strade della cittadina che affaccia sulla baia omonima. Su tutti i percorsi è iterata la stessa immagine accattivante offerta all’arrivo, alla discesa dall’autobus che apre le porte praticamente dentro un negozio.

Qui, a Naama, si vende di tutto e tutto è in vendita. Ovunque poso lo sguardo incrocio gli occhi attenti dei commercianti che mi osservano: chiamano, vengono incontro, mi chiedono di dove sono, mi invitano ad entrare trattenendomi con insistenza prepotente per un braccio e poi fanno la mossa di offendersi se mi libero e accenno a passar oltre:


se non compro sono un “italiano stronzo”.


Esattamente quello che penso io quando, in crisi d’astinenza, vado in caccia di clienti:


ho la disgrazia di capire le ragioni di tutti.


Ora mi trovo in un centro commerciale che si sviluppa su due livelli. Non c’è nessuna escursione termica tra il giorno e la notte e in questi spazi coperti, con l’aggiunta dell’illuminazione e della gente, non si riesce a stare. Ma io sto cercando di vedere se qui, da qualche parte, c’è una galleria d’arte. I negozianti però non mi lasciano in pace, sono un vero fastidio con questo caldo. Visito tutto il centro, scendo al piano di sotto dove finalmente scopro un’esposizione di quadri con tanto di artista all’opera.

Ma non è cosa, non si va oltre il basso artigianato e il souvenir: cammelli e cammellini in tutte le salse, stilizzati per far prima, sullo sfondo di dune improbabili, abborracciate con smalti da carroziere nei colori violenti rosso e nero: cose veramente brutte che mi deprimono.

Intanto i commercianti non danno tregua. Alla fine cedo all’insistenza di un ennesimo invito di un ragazzo per una vena di simpatia comunicativa che ha nel sorriso e finisco dentro un negozio che vende papiri. Ascolto con pazienza tutto il procedimento della macerazione della foglia di papiro che seguo con l’interesse che Neri metteva nell’informarsi sulla salute dei parenti e vengo edotto sulle antiche tecniche che dalla pianta portano al prodotto finito, sorrido e mi complimento con ogni benevolenza, poi cerco di avvicinarmi alla porta per uscire.

Nel negozio ci sono altri tre giovani. Uno di questi si alza, attraversa la stanza e si piazza davanti all’uscita: mi vogliono mostrare altre cose piuttosto perentoriamente.

Incomincio a seccarmi e lo faccio capire, dico che non sono entrato per comprare e che ora voglio andare. A questo punto mi sento prendere per un braccio, tutti gli occhi sono su di me e uno mi chiede se ho paura.

“ Ecco una bella trappola” penso, e meno male che non sono una donna!

Mi libero il braccio e passando tra loro guadagno veloce la porta, sordo ai commenti e alle provocazioni che posso bene immaginare.

Non mi è piaciuta la cosa, ha dato corpo alle mie ansietà, ho constatato com’è facile essere incastrati: - Stronzi! non venderanno un cazzo se fanno così.-

Riprendo il mio giro d’esplorazione solitaria evitando d’incrociare lo sguardo per non dare adito a confidenze. Vado su e giù per le stradine, ormai in polemica con questo posto che mi sta sembrando finto e ostile. Noto anche la presenza di molta polizia. Gli agenti viaggiano a bordo di camionette, appesi a grappolo ai predellini, scendono, risalgono, sciamano chi qua chi là indaffarati come i camerieri del Sea life. Sono quasi tutti dei ragazzi e mi sembra che giochino a fare “ammoina” contenti della divisa.

In qualche viuzza laterale vedo al lavoro gli spazzini. È strano con il disordine e la sporcizia endemica di quaggiù vedere a quest’ora, col buio, uno che con una scopa e una paletta in mano fa la posta alla cicca lasciata cadere per incuria dal turista, mi da l’idea dell’accanimento terapeutico. Ma meglio così, non risolve il problema, ma viva la buona volontà: Pistoia avrebbe molto da imparare.

Si sta facendo l’ora, ho girato un po’ dappertutto doppiando le strade e spingendomi fin sulla spiaggia, davanti ad un mare nero di una notte senza luna.

Ora mi avvio alla fermata dell’autobus per l’appuntamento delle otto, contento d’aver visto e di fare ritorno al ristorante per la cena, tra gente che mi è più familiare.


A Naama bay la notte è appena cominciata.




lunedì 7 dicembre 2009

Al mio risveglio - dal libro "Sea life"


Al mio risveglio


c’è sempre il sole alto in un cielo terso. Il vento non si attenua mai e soffia dal mare giorno e notte, cosa che mette un po’ in crisi la mia teoria sul vento termico. È un vento gagliardo che spazza completamente e in quattro e quattr’otto il cielo da qualsiasi nube. Ho fatto l’abitudine al bel tempo, lo do per scontato, tra Sardegna, Calabria, Puglia ed Egitto, vivo da cinque mesi al mare e ho dimenticato che esistono le stagioni e la pioggia. Da qualche giorno però, la mattina presto verso le sei, quando mi sveglio dal sonno profondo per andare in bagno, guardando verso la finestra aperta sulla veranda, noto una luce più smorta, un colore grigio nel cielo. Non sono nuvole, è foschia alta, è come una nebbia che mi fa pensare ad un fine stagione italiano. Ma se qui mancasse il sole sarebbe proprio una tristezza: cosa resta? È il sole che rende felici questi lidi tormentati ed aridi dell’esodo. Ma niente paura, per le otto è tutto a posto, come da contratto, fa il suo ingresso Sua Eccellenza l’Estate.

In questi giorni speravo in un attenuarsi del vento per poter riprovare a lavorare in esterno, invece è rinforzato. Il mare, bellissimo, è gonfio di onde che corrono veloci, parallele alla costa, lambendo la barriera corallina che, come una diga, fa argine all’impeto travolgente dell’ acqua ed è bello guardare in sicurezza queste montagne liquide avanzare dal mare aperto crescendo su se stesse e, quasi sul punto di formare il vortice, acquetarsi sulla linea di quel limite sommerso e scivolare silenziose di lato, come mostri mansueti.

Uno spettacolo che si rinnova di continuo, ipnotico e liberante.






No problems - dal libro "Sea life"




No problems.

(...) Ma c’è un’altra persona questa sera che sta aspettando ch’io mi liberi per parlarmi. Ha assistito a tutto il cerimoniale dei saluti sbirciando di sottecchi il mio book. Ora che siamo soli si presenta: Mahmod El Touny, per gli amici Moudy, è un gallerista, risiede al Cairo ed è interessato al mio lavoro.
Cerco di capire qualcosa di più dando fondo a tutto l’inglese di cui sono capace.
Ma per ora non c’è molto da capire perchè i dettagli vengono rimandati a domani secondo la buona regola egiziana che è meglio fare domani quello che si può fare oggi.
-I’ll see you tomorow at nine, ok?- ok, dico io, va bene alle nove.
Guardo l’orologio, si son fatte le undici che sono una buona ora rotonda per andarsene a dormire.

Mi sveglio presto, è logico, anche nel dormiveglia del mio sonno leggero ho arzigogolato sui possibili sviluppi dell’incontro di ieri sera, impaziente di fissare gli accordi. La vita mi ha preso in giro tante di quelle volte promettendomi cose che poi non mi ha dato che io, da credulone che ero, sono diventato scettico e diffidente.
La fretta che mi viene di concludere le trattative è la risposta conseguente che spesso non mi fa capire bene le situazioni o il livello d’esposizione che mi accollo. Insomma, all’inizio mi va bene tutto pur di concludere qualcosa, dopo vengono i “distinguo”.
Insomma, a me sembra che il mondo manchi completamente di stabilità e che la vita sia un treno da prendere in corsa e si può ben capire quanto possa odiare i contrattempi e le attese: non solo m’innervosiscono, mi disperano, credo siano segni di sventure.
Per tenere sotto controllo quest’ansia devo fare qualcosa, qualsiasi cosa che non sia oziare. E così, via, fuori dal letto alle sette e giù, un tuffo in piscina e poi vai, una camminata: con l’occhio all’orologio.
È proverbiale che il tempo in questi casi scorra lento: per quanto mi sia sforzato di frenare sono già qui, sulla torretta, con mezz’ora d’anticipo e conto i minuti. E mentre faccio questo mi viene il dubbio:
“ma è alle nove di mattina o alle nove di sera?”
Fatte che si sono le dieci propendo per la seconda ipotesi e s’infila subdolo il tarlo che l’incontro salti del tutto per motivi che non voglio neanche sapere.
A questo punto che faccio? mi chiedo.
Me ne vado al mare.... ma si!
E invece cambio idea e mi metto a dipingere.

Passa così anche tutto questo lungo giorno come tempo vuoto, scandito dalle abitudini quotidiane con automatismo e si fa sera, arrivano le nove, non sto nella pelle. Sono preparato al peggio quando mi accorgo che una persona sta salendo le scale che portano quassù. Non può essere che lui, ed è puntuale... sono proprio le nove! Mi prenderei a schiaffi.
Due convenevoli mal gestiti in inglese e poi si accomoda sulla sedia, prende il book e lo studia nuovamente con grande attenzione. Io preferisco non farfugliare niente e sto zitto. Lui guarda tutto poi si sofferma sul capitoletto delle “copie d’autore” e mi chiede se le faccio ancora.
“Ma guarda la sfiga!”penso, di tutto quello che ha visto proprio le copie mi doveva chiedere? Esito un attimo, poi gli rispondo che certo, posso fare tutto quello che ho già fatto, dipende dai soldi, money, you understand? Certo i soldi... ma non è solo questo il problema c’è il trasporto, la dogana, il tempo di realizzazione, la lingua... Provo a spiegarmi in inglese, chissà che enormità tiro giù, ma in qualche modo con l’aiuto della mimica mi faccio capire.



- No problems. - risponde.

Amo quest'uomo!










“Lorenz d’Arabia” - dal libro "Sea life"




Un nuovo giorno.


Alle otto sono già fuori. È meraviglioso aprire la porta della mia stanza ed essere abbagliati dalla luce, sentire il vento tiepido dell’estate, vedere il mare, le piante, i fiori. È a quest’ora che il primo giorno ho ascoltato il tema musicale del film “Lorenz d’Arabia” provenire sommesso dagli altoparlanti nascosti sotto la mia veranda. Una musica impercettibile che sembra sognata e che penetra dentro segretamente, come un profumo.

La porta dell’ appartamento sembra diventare una specie di “stargate”, un varco per un’altra dimensione: esco dalla stanza dove la notte ha alzato intorno muri di silenzio e rinasco alla luce di un nuovo giorno, alla vita eterna.

Risalgo lentamente il vialetto per andare a fare colazione inebriandomi di tutto il bello che posso raccogliere con gli occhi, mai sazi di guardare.

Che peccato essere solo! Quando si è felici fa male non dirlo a qualcuno.


Bella fregatura se anche la felicità fa star male.


Ma Dio fa le cose per bene e non mi carica addosso tutta questa energia se non ha in mente qualcosa.

Infatti è nato un imprevisto, c’è stato un cambio ai vertici della direzione e quindi ogni iniziativa è stata sospesa. Mi era stata promessa una vetrina espositiva nella zona commerciale dell’hotel, sopra la piscina, due stanze a mia disposizione per lavorare in piena visibilità. Avevo già fatto la bocca a questa cosa e invece sono ancora qui, provvisorio e ambulante, dimenticato nel trambusto dell’avvicendamento chissà per quanto ancora.


Vedremo, mi dico con filosofia, la vita è tutta un’attesa: “insc’Allah” dicono da queste parti, non si scrive così, ma ci sono delle priorità:


prima devo imparare l’inglese.









DAY by DAY - dal libro "Sea life"


Sono le dieci di sera e scrivo seduto nella mia postazione qui su, nella pagoda che affaccia sulla piscina illuminata e sul bar dove ogni sera una manciata di persone si intrattiene in attesa di un’ora più tarda per chiudere il giorno. Ho dipinto fino a poco fa, stagliato contro il buio del deserto che inizia dieci metri da me, oltre il muro di cinta del villaggio. La dimensione surreale ed incantata di questo esser qui, separato e in vetrina, intento a dipingere e a caccia di sogni è veramente quanto di meglio dal punto di vista scenografico ed è per me stesso uno stimolo efficace.

Ma è una ostinazione venire a lavorare quassù, mi piace troppo, però devo ammettere che invece è il posto più sbagliato che potessi trovare: la mattina tira un vento da surf, il pomeriggio è brezza, ma vigorosa e incostante ed è sempre problematico versare in leggeri piatti di plastica i colori in polvere. Volano questi e quelli e corro costantemente il rischio che mi finisca tutto addosso. Poi c’è la tela sul cavalletto, ho provato a legare il cavalletto alla balaustra, ma la tela non sta ferma, sventola proprio quando accosto il pennello e... buonanotte!

Tuttavia, se sono costante, posso anche godere di un’oretta di calma. Accade verso mezzogiorno quando il vento gira e invece che dal mare prende pian piano a soffiare da terra o da altre direzioni imprevedibili. In questo breve spazio di tempo devo essere per forza ispirato e rapido. Cioè ho bisogno della massima concentrazione.

Ma è proprio allora che gli altoparlanti dell’ animazione attaccano ad un volume strepitoso i ritmi più indiavolati ed ossessivi. Parte anche la piccola cascata che ho accanto e che, non parrebbe, ma fa un rumore assordante.

Se riesco a sopportare tutto questo, sotto un sole che picchia a perpendicolo e che fa rimpiangere il vento, devo arrendermi alla folata improvvisa che fa volare tutto di sotto.

Mi fa una rabbia questa congiura di cose che rende vana ogni strategia possibile e che mi nega un’opportunità così bella!

Ho cercato di sistemarmi in tutti i modi, anche in altri posti, ma c’è sempre qualcosa che non va... il sole.. il vento.. il rumore... la scomodità. Così ho finito per dipingere in camera che non è la cosa giusta.

Quando penso ai salti mortali che ho fatto per vivere contro corrente, mi viene da sorridere di simpatia per questa mia vita paradossale che in ogni tempo, come qui in Egitto, mi ha visto sempre impegnato a trarre rape dal deserto.

Bisogna lavorare male - dal libro "Sea life"


Secondo giorno.

Trasferisco tutto il materiale sulla pagoda e, verso le dieci di mattina, provo ad usare la mia attrezzatura. C’è un bel po’ di vento, la tela non sta ferma e i colori in polvere volano insieme ai piatti di plastica. Mi metto al riparo di uno scalino e ritento l’operazione: acqua, pigmento, legante e una bella mescolata. Torno al cavalletto legato con una cordicella alla balaustra perchè non si muova e velocemente stendo tre pennellate sulla tela prima che il colore si asciughi. Ripeto l’operazione con un altro colore, poi ancora e ancora, su e giù fino a formare una tavolozza colorata. Fin quì la cosa è possibile, ma è stata una fatica assurda. Il difficile verrà quando avrò bisogno di più colori insieme per creare trapassi tonali e sfumature che sono il bello di questi quadri: come farò? Intanto il vento rinforza, il sole picchia feroce, parte la cascata artificiale che fa un bel rumore assordante e attaccano anche gli altoparlanti a tutto volume con i ritmi ossessivi dell’acqua-gim... Io concentrato nella ricerca creativa non mi accorgo subito che sta per venirmi una crisi isterica, ma quando un’improvvisa folata di vento fa volare un piatto di sotto capisco che è ora di far festa e mollare tutto.
Meglio fare una capatina al bar per un “caffè italiano espresso stretto e buono”.

Primo giorno - dal libro "Sea life"




Primo giorno.


Metto i piedi nell’acqua, è calda, è un invito a tuffarsi. Ma questo non si può fare, ci si sfonda il cranio... è la barriera, l’acqua è bassa ed il fondo è un intrico di scogli taglienti: è pericoloso anche deambulare a piedi nudi. Ci si fa male, poi si perde l’equilibrio, si cade e ci si ferisce. Meglio saperlo prima...e infatti Linda ci ha avvertito fin dal nostro arrivo all’areoporto “se volete farvi il bagno e nuotare” ha detto “dovete andare al pontile e li dovete stare attenti alla corrente e all’onda che si frange”.

Il pontile, nell’area del Sea Club che è l’hotel accanto al Sea Life, parte dalla spiaggia e attraversa tutta la barriera fino al salto finale col quale dall’acqua bassa poco più di cinquanta centimetri si passa ad una profondità imprecisata di trenta-quaranta metri. In questo limitare, a perpendicolo sull’abisso azzurro si allarga la piattaforma sempre gremita di gente che aspetta il proprio turno per scendere o per risalire le due scalette d’accesso al mare. Chi ha fretta si tuffa. Tutti comunque vanno in acqua a loro rischio perchè non è previsto alcun intervento di salvataggio tranne quello di un bagnino che, con un fischio, avverte del pericolo. I pericoli sono due: il più evidente è costituito dal vortice dell’onda che trascina tra gli scogli ed il più subdolo è la corrente che allontana dal pontile, unico punto di risalita. Si sentono fischi in continuazione. Quando parte un fischio tutti si interrogano tranne il destinatario. Deve partire un secondo e un terzo fischio: coglione è per te!

Comunque fischiare questi rigori è divertente, il bagnino pare lo faccia di buona voglia.

Effettivamente questo mare è abitato da pesci bellissimi che si concedono alla vista come primedonne, nuotano pigramente a pelo d’acqua, proprio dove si rovescia l’onda: loro possono. Ho visto pesci col muso appuntito come pescispada, pesci multicolori dalle pinne gialle e pesci di un elettrico, intenso color smeraldo semplicemente guardando dal pontile. Dev’essere bello esplorare sott’acqua con la maschera , ma è troppo complicato per me che ho la barba, bianca. Comunque non ho tempo. Se mi avanzerà del tempo preferirò prendere il sole e fare ginnastica perchè sono deciso a rimettere in sesto questa mia vecchia carcassa che ha perso un po’ di smalto dopo l’incidente di quest’inverno.

Continuo la perlustrazione per individuare la mia base operativa. Qui c’è troppo vento, là ce n’è troppo poco, li è lontano, là non mi vede nessuno e non va, qui c’è troppo chiasso... giro, giro, su e giù per i vialetti, tra la gente, attraverso il ponte sulla piscina, risalgo l’altra sponda, mi fermo a guardare una cascatella sormontata da una pagoda, le giro intorno, salgo delle scale tagliate nella roccia (finta roccia) ed entro al suo interno. Mi piace, domina dall’alto la grande piscina ed è visibile da ogni punto offrendo al tempo stesso privacy. È protetta dal sole da un tettuccio di legno ed è ventilata nelle ore più calde. Vedo che è anche facile installare un piccolo riflettore collegandolo all’impianto esistente... Decido che è mia: “hic manebimus optime”.







Sharm el Scheikh 6/10/04 - dal libro "Sea life"



(...) Linda, l’agente che aspettavo , con un sorriso rassicurante, mi da il ben venuto.

Finalmente posso rilassarmi completamente: da ora a domani non vedo ombra di problema.

Il pulmino inizia una breve corsa su strade vuote che attraversano il buio del deserto e dopo venti minuti varca il faraonico ingresso del “Flash group”, passa un veloce controllo e si avvia all’hotel nel quale alloggerò il “Sea life”.

Scendo e, senza occuparmi delle valige, seguo Linda alla reception dove ci viene servito un cocktail di benvenuto. Sono sorpreso dallo sfarzo e non ho ancora visto niente. Espletate le formalità, vengo accompagnato al mio alloggio. Allora mi appare in tutta la sua stupenda esotica bellezza questo misterioso villaggio che ancora oggi, dopo quattro giorni, non cessa di stupirmi. E’ costruito su un leggero declivio che in trecento metri raggiunge il mare visibile da ogni punto. L’architettura araba è mossa e fantasiosa, mille piccole luci disseminate tra i percorsi e avviticchiate alle piante evocano in piena estate il ricordo d’un presepio illuminato. Passo accanto alla grande e sinuosa piscina illuminata, attraversata da un ponte di legno e finalmente svolto a sinistra verso il penultimo blocco di abitazioni: appartamento 926.

Entro: ingresso con grande armadio in legno intarsiato, a lato grande bagno con marmi e maioliche di pregio. Più avanti c’è la stanza da letto arredata con due letti da una piazza e mezza e materassi di uno spessore mai visto prima, un comò con uno specchio, un divano, una scrivania e, oltre un’ampia porta a vetri scorrevole, l’intimità di un salottino in un terrazzo vista mare.

Mi sento felice dopo tanta tensione e mi riaffiora quel sorriso enigmatico che mi fa rassomigliare alla Gioconda: così devono andare le cose!

Faccio un controllo, accendo il televisore: rete uno, due, tre... tutti canali italiani, le altre reti sono tedesche, slave ed egiziane. Spengo tutto, tv, luci, aria condizionata, apro la finestra e lascio entrare il vento che viene dal mare a cento metri da me: il MAR ROSSO!

Prendo sonno a fatica perchè non riesco a sgombrare la mente dai pensieri e dalle emozioni. Tutti i momenti in cui sono stato solo si sovrappongono, legano insieme diverse età, diventano simbolo, tracciano una linea di confine: al di qua ci son io ed anche al di là, ma in un ruolo, ora di figlio, ora di marito, ora di padre, con una storia scritta dai contorni delineati. Nel buio che da forza all’immaginazione, solo, in questa stanza d’albergo a tremila chilometri da casa, fantastico sul destino riassaporando l’anacronistico piacere della libertà del tempo dell’adolescenza, ripenso alla mia moto, all’avventura, all’amore... Penso anche a come organizzare il mio lavoro qui o meglio, questo pensiero rimane latente e come il senso di responsabilità, orienta i pensieri. Domattina farò un giro di ricognizione per capire un po’ di cose.

Penso alla mia famiglia, alle abitudini sospese, alle speranze affidatemi, a Ornella, Chiara, Diego al paradosso della distanza e della contemporaneità e rimango in questa labile contemplazione che prelude al sonno, lasciando sempre più la mente libera di associare immagini con logiche inconsce. E così dopo un’ora mi addormento.


E’ la mia prima notte in Egitto.





martedì 1 dicembre 2009

“Bisogna lavorare male” - dal libro "Sea life"



Bisogna lavorare male

Faccio questi discorsi dentro di me e da questi dipende il mio umore. Comunque, per corroborare l’umore, che anche quando tutto sembra sereno può rannuvolarsi per patologie inconsce, non c’è niente di meglio che un buon caffè e poichè a metà percorso tra la ricezione e il mare, nell’articolato complesso di vetrine, uffici e teatro c’è anche un bar che serve la grande piscina, vado al bar e chiedo un “caffè italiano espresso stretto e buono” così mi spiego bene e mi sembra di prendere un sacco di roba ricostituente.

Firmo un altro cedolino. Mi esce male la firma, a volte mi sembra che non ricordo come si scrive, esito e poi tiro giù uno scarabocchio dove non si legge niente.

E quella è la mia firma... sono io.


Sono le due, la piscina si va lentamente ripopolando. I clienti fanno digestione sdraiati sui lettini, altri spariscono in camera. Io sonnecchio al sole seduto al tavolino del bar e mi gusto il caffè. Calcolo i tempi che chiedono queste distrazioni e questi andirivieni su e giù se ci si dimentica qualcosa e cerco di pianificare gli orari del mio lavoro coniugandoli con le abitudini della gente, ma sento che la mia testa è stanca di cercare sempre il comune denominatore di troppe situazioni variabili. Non riesco a concentrarmi.

Forse non è proprio possibile ottimizzare il tempo e bisogna lavorare malecome diceva un mio cliente a giustificazione del tempo che mi faceva perdere per disguidi o per incuria.


Tengo conto di questo d’ ora in avanti.



Sono un solitario - dal libro "Sea life"


Sono un solitario, le persone in gruppo mi stressano.


(...) ...mi limito ad assumere un’espressione partecipe, faccio qualche sorriso più del dovuto, passo l’acqua e il pane, poi penso a mangiare. Firmo il cedolino al cameriere, saluto e complimentosamente me ne vado.


Sono un solitario, le persone in gruppo mi stressano.


Ho dei pensieri, sono preoccupato circa l’uso di questi colori in polvere che mi son portato ed anche della risposta di questo pubblico che sto incominciando a conoscere.

Non è che si capisce gran chè dalla faccia della gente, non si può mai sapere se in quello li con tutta la schiena tatuata, tre pirsing all’orecchio e una cresta di gallo al posto dei capelli non si celi l’animus del migliore dei collezionisti d’arte, non si può sapere.... però è difficile crederlo...

Più rimuggino pensieri molesti e più il mio passo rallenta: se il futuro riserva brutte sorprese perchè corrergli incontro? Così, lento pede, ridiscendo verso il mare guardandomi intorno e distribuendo saluti e sorrisi a tutti quelli che incrocio sullo stretto vialetto perchè è vero che sono un solitario, ma sono anche educato e benevolo.

Ad ogni modo in questi posti di vacanza e specialmente qui, in Egitto, usa così: ci si saluta tutte le volte che ci s’incontra. Foss’anche centotrentasei volte in una mattina, per centotrentasei volte ci si dice “salute, come va, amico?”

Ora, se un tale ti chiede di continuo come va ti viene da pensare che abbia scoperto i problemi che fai di tutto per tenere nascosti. Allora lo devi depistare rispondendo che “va bene”, così puoi conservare la tua privacy.


- Come stai, amico?-

- Bene! -