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percorso professionale
A N T O L O G I A
martedì 26 febbraio 2013
Opinioni opinabili
Strano vedere girare il mondo alla rovescia …
la cultura in genere mi sembra abbia abdicato dal suo ruolo etico, la vedo persa nelle acque basse e stagnanti delle mode, deliziata e paga delle più inutili artificiosità. Arbitraria, si gingilla in compiacimenti cervellotici e perversi, satura e ridondante di effetti speciali, affascinata dalla forma e dalla confezione.
Sono tempi di transizione dove tutto si rimescola sollevando sedimenti che il tempo aveva sapientemente consegnato all’oblio della terra. Riappaiono come zombi i fantasmi del caos primordiale, tirati a lucido come nelle vetrine dell’usato. C’è un affanno palpabile di ricerca d’identità, originalità e novità che però non è altro che imbiancatura di facciate in disfacimento.
Dal travaglio di questo secolo germinerà il seme di una nuova coscienza, la Storia ha un destino, lo dico per fede, ma ora si vive il disagio di un parto difficile e male assistito.
Troppo rumore, troppe luci, troppa velocità, distrazione, stravaganza e indecenza, molta, molta indecenza. Manca del tutto la pausa musicale che è lo spazio necessario per meditare il suono, il parlato, il vissuto.
Non c’è affezione, una cosa vale l’altra.
Deboli amori, al loro posto sfizi.
Ci sono troppe risposte, troppe verità, troppi messia… troppi peccati.
Le domande sono quiz, la cultura viaggia orizzontalmente, si espande in superficie mischiata all’invadenza della pubblicità, moltiplica dispersiva informazione di dettaglio e deleteria disinformazione anestetica, è tautologica, rimbalza da una sponda all’altra infinite volte: ha dimenticato la dimensione verticale, indifferente o forse inconsapevole della profondità e dell’altezza.
Io, cultore del metodo razionale logico - deduttivo - causa - effetto, mi meraviglio della predicazione del disordine in un secolo educato ai rigori della scienza.
Per la verità mi meraviglio anche della scienza che, contemplando la perfezione dell’universo, non sembra capace di risalire alla sua causa logica, al “motore immobile”… a Dio, in aperta contraddizione con il proprio metodo di ricerca.
Resto sopra pensiero, un po’ sopraffatto da ciò che mi accade intorno, incerto sull’affidabilità dell’intelligenza umana, preoccupato per l’entropia che si accumula come una nera tempesta di sabbia.
Tendo l’orecchio alle profezie per meglio comprendere il presente.
E mi convinco che quest’epoca disperata è assetata di trascendenza
Tratto dal commento del video di Max Loy “Opinioni
Opinabili”
lunedì 18 febbraio 2013
Deflagrazione
http://freedownloads.last.fm/download/37783467/The%2BMasamune.mp3
Ammasso confuso di elementi
Irrompono vortici di tinte
come esplosione
quasi soffocata
dai tratti
che impediscono la deflagrazione.
Alberi giganteschi
protendono le braccia
filtrano chiazze di luce
Macerie
detriti
relitti
di enormi tronchi
contorti e squarciati
solcati da ferite nere.
Scaglie roventi
brandelli di rossi e di cobalti
figure ritte sotto raggi irrompenti
arancioni asciutti e secchi pennellate scure
cupi contorni
impalcature d’angoscia.
Crepitio di arbusti
al fuoco
case arse
flusso radioso
astratto sfolgorante.
Testo poetico di M. Murgia
Il mio biglietto da visita
Secondo me
Sono persuaso che gli interlocutori di
un artista non siano mai stati reperibili nel “sistema”.
Vedo
interazioni, sollecitazioni indirette, ma non una vera attenzione reciproca.
Non si può considerare un interlocutore adeguato “il sociale”, non è
l’economia, non è la scienza, non è lo sport e non è nemmeno la religione che
ha sempre considerato e considera tuttora l’arte uno strumento didascalico,
utile per i propri scopi.
Ma chi è un
artista? Cos’altro cerca in un mondo che sembra ormai avere tutte le risposte
allineate sugli scaffali del supermercato mondiale dell’informazione on line?
Internet,
una dimensione sovrabbondante rispetto alle possibilità esplorative del più
esigente ricercatore, ma che nasconde il limite delle colonne d’Ercole del
sistema uomo.
Oltre quel
segno il mondo finisce, ma è impossibile arrivare fin là.
L’informazione
non è comunque la priorità dell’artista,
che non si muove in questo ambito, non è interessato a nessuna delle notizie in
commercio, può stimolarlo un certo tipo di domande, a livello culturale prende
visione anche delle risposte, ma fin dall’inizio e in conclusione cerca
unicamente un’esperienza profonda e personale che divenga ponte tra sé e un
misterioso interlocutore sottinteso, che è modalità tipica ed esclusiva del
rapporto d’amore.
Poi, se si
vuole essere esatti, e l’arte è esattezza, è giusto dare le generalità di
questo partner che, altrimenti, rimane idea vaga che confonde.
Allora dico
subito che intendo la vita.
Ma cos’è la “Vita”?....Chi è?
Scartabello
tra le mie scartoffie che raccolgono una quantità modesta, ma selezionata
d’informazioni e trovo una frase che fa al caso:
“Io sono la
Via , la
Verità , la Vita ”
Firmato:
Dio.
Bene, così
sappiamo di chi stiamo parlando
Il rapporto d’amore contempla un
caleidoscopio comportamentale infinito ed infatti infinite sono le tipologie
dell’Arte, però esiste in questo infinito una linea di discrimine, un punto di
partenza o di non ritorno che segna la direzione di questa straordinaria
avventura. Forse più che un segno tracciato sul suolo è una modalità, una legge
ineludibile che stabilisce il canone del linguaggio: il triangolo.
Non sto
parlando di dissolutezze erotiche, voglio dire che l’artista non ha voce, né
verità, né bellezza se, al momento di comunicare l’esperienza unica della sua
vicenda amorosa non è passato attraverso il satellite degli “Universali”: un
triangolo, roba sacra e misteriosa come le piramidi… come la Trinità.
Naturalmente
il mondo se ne strafrega delle storie d’amore, a meno che non sia roba che
possa dare scandalo il che, chiaramente, non ha niente a che fare con l’Arte.
Rizza le orecchie all’idea del “triangolo” per vendere pornografia.
Dentro
l’ambivalenza del “mistero uomo”, in quell’intervallo costituito dal lungo
cammino d’emancipazione e d’individuazione d’identità trova spazio una
provvisoria convivenza con il mondo che mette a dura prova il discernimento in
contesti sempre relativi. Sta scritto: “grano e zizzania cresceranno assieme
fino alla mietitura”, secondo la pazienza di Dio.
Ma quando
l’arte si schiera apertamente e, senza indulgenze, ammiccamenti e doppi sensi
rende la propria testimonianza, il mondo gli sbatte su due piedi la porta in
faccia.
Così
l’artista autenticamente impegnato nella missione in cui crede è destinato da
sempre all’emarginazione ed a portare da solo l’esaltante e onerosissimo peso
di un segreto vertiginoso.
“Il padrone di un campo
vedendo degli uomini oziosi seduti in piazza disse: - andate a lavorare nella
mia vigna, poi quanto è giusto, ve lo darò. -“
Il mio antidoto contro la depressione è
il lavoro: io lavoro sempre, continuamente e non stacco mai la spina perché non
posso e non voglio.
Lavoro a
tutte le ore del giorno e della notte, tutti i giorni dell’anno e per 56 giri
della terra intorno al sole non mi sono mai concesso una vacanza. Il mio lavoro
è pensiero in primo luogo, in secondo comunicazione.
Sono un
artista, uno dei tanti, preso ancora bambino tra quegli uomini che oziavano in
piazza. Lavoro sereno, certo degli accordi di ingaggio, in attesa di ricevere
da Dio, alla scadenza del tempo, quello che è giusto, senza fare commenti.
Ho atteso
con impazienza di raggiungere questa età per due motivi: il primo è che
lavorare stanca, il secondo è una questione di decenza: non si può chiedere lo
stipendio il primo giorno d’impiego. Non voglio dire con questo che il mio
giorno lavorativo sia finito, non sto pregustandomi una pensione che non è mai
stata contemplata quale traguardo. Lavorerò fino all’ultima ora, è chiaro.
Intendo altro.
I segni dei
tempi e l’ora del giorno li calcolo dalla corsa del sole ed ora che il suo arco
è più basso sull’orizzonte, dove ho sempre l’occhio in attesa, ora che la luce
aranciata ammorbidisce i contrasti del mondo, capisco che è l’ora propizia per
completare il lavoro di questa lunga giornata, per non arrivare impreparato e
trafelato a sera.
Cosa che non
mi piace.
Amo l’ordine
e le cose compiute: una bella e netta parabola, da li a là. Basta.
domenica 13 gennaio 2013
Educazione all'immagine: prospettiva fenomenologica
Come educarci all'immagine per apprezzare davvero le opere d'arte,
per recuperare gentilezza,
grazia e non solo.
In una prospettiva fenomenologica l'immagine è assolutamente essenziale, è quasi impossibile studiare l'immagine senza partire da una prospettiva fenomenologica. *
Questo in sintesi perchè la prospettiva fenomenologica non è una prospettiva che intende spiegare i fenomeni, ma intende descriverli, quindi analizzare l'immagine è quasi la sintesi del metodo fenomenologico, metodo che Husserl stesso chiama della variazione immaginativa.
Il metodo descrittivo è il metodo della variazione immaginativa: le cose non si danno nella loro interezza, si danno per prospezioni e quindi si danno girando intorno alle cose. Questo è il primo elemento metodologicamente essenziale, il secono è che l'immagine è di per sè una struttura che richiama la fonte principale di ogni forma di conoscenza che è la percezione. Quindi l'immagine è essenziale dal punto di vista fenomenologico perchè rinvia all'elemento fondamentale della conoscenza che è la percezione.
Questo in sintesi perchè la prospettiva fenomenologica non è una prospettiva che intende spiegare i fenomeni, ma intende descriverli, quindi analizzare l'immagine è quasi la sintesi del metodo fenomenologico, metodo che Husserl stesso chiama della variazione immaginativa.
Il metodo descrittivo è il metodo della variazione immaginativa: le cose non si danno nella loro interezza, si danno per prospezioni e quindi si danno girando intorno alle cose. Questo è il primo elemento metodologicamente essenziale, il secono è che l'immagine è di per sè una struttura che richiama la fonte principale di ogni forma di conoscenza che è la percezione. Quindi l'immagine è essenziale dal punto di vista fenomenologico perchè rinvia all'elemento fondamentale della conoscenza che è la percezione.
Tratto da un'intervista fatta al Prrof. Elio Franzini
Professore ordinario di Estetica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano
*la fenomenologia è un approccio alla filosofia che inizia con l'esplorazione dei "fenomena" (che si presenta a noi nell'esperienza conscia) come mezzo per cogliere lo Spirito Assoluto che è dietro il fenomeno. (Hegel)
sabato 12 gennaio 2013
Piccolo saggio sulla Pittura - PARTE PRIMA - continua (11)
Un
itinerario per trasformare le idee in fatti:
premesse
e
fasi di
costruzione di un quadro 1996
Vedete, io ho passato la mia vita
a guardare fuori e dentro di me ed ho scoperto che le idee che mi girano nel
cervello non sono altro che i fantasmi delle cose che mi danzano intorno quando
cammino per la strada e tutta la realtà mi appare come un immenso laboratorio
in piena attività, dove non passa un secondo senza che si compia un
esperimento.
La goccia d’acqua è una lezione
sulla trasparenza, il sole una lezione sulla luce, la distanza una lezione di
prospettiva, l’altezza una lezione su non so che, e tutte queste cose sono in
rapporto con noi, hanno evidentemente una valenza psicologica e, più in fondo,
un’eco spirituale.
Tutto ciò che mi circonda e che mi
si muove dentro ha in qualche modo a che fare con me, con il mio senso della
vita.
Se credete che esista il caso e
siete degli artisti qualcosa in voi non funziona. Se credete al caso e volete
fare arte, partite con il piede sbagliato. Lasciate che ve lo dica da amico: il
caso non esiste. Quello che imbroglia le nostre carte è l’enigma.
Se si vuole
capire il ruolo dell’arte, qual è l’inconscio desiderio che ci spinge a cercare
nell’arte un appagamento, bisogna prima avere coscienza e poi riconoscere che
abbiamo sete.
Io credo che l’arte non sia altro
che un secchio col quale attingere acqua al misterioso pozzo della vita. Da
alcuni il pozzo viene scambiato per una botte di vino. I figli di questo credo sono i pittori di
cornucopie: pregevoli artisti che non ci dicono niente. Per altri la via è una
valle di lacrime, ed io li vedo questi emaciati animi sentimentali aggirarsi
sconfortati tra le immondizie dei cimiteri monumentali. Altri ancora vedono
nell’acqua del pozzo un oceano in tempesta:
sono gli ardimentosi pittori di battaglie, gente irrequieta, generali in
pensione: portano i baffi alla Vittorio Emanuele.
E c’è chi attinge dal pozzo
un’acqua cristallina ed effervescente: sono gli artisti dell’attesa e del
silenzio, quelli che ti guardano negli occhi dai quadri che dipingono e che
stanno aspettando qualcuno da tanto tempo.
Che cosa
ha a che fare tutto questo con me?
Se c’è una
domanda veramente creativa è questa.
Ponetevi questa domanda tutte le
volte che volete: non ha controindicazioni, è solo un po’ indigesta. Fa parte
del mio metodo.
mercoledì 26 dicembre 2012
Venire al mondo
Noi non siamo un punto d’inizio.
Esistiamo perché qualcuno ci ha amati.
Fin dalla nascita la vita è un
rapportarsi. La vita stessa, in quanto è data e ricevuta, è un rapporto. Essere
messi al mondo significa essere posti originariamente in una rete di
reciprocità: relazioni di dipendenza, relazioni di appartenenza, relazioni di
corrispondenza.
La vita è qualcosa di ricevuto e di
ciò siamo spontaneamente grati. Nel suo inizio, la vita è relazione di
intimità, è gratitudine: ci si sente anelli di una catena, parte di un
tutto. Ogni nascita presuppone un’antecedenza
e, nel momento in cui accade, si realizza inevitabilmente come vincolo, e lungi
dall’essere caso, svela l’ineludibile originarietà del legame. Perciò la catena non è solo figura della
continuità, segno della reciprocità, essa è anche ceppo, prigionia. Di qui la
tendenza all’antagonismo e allo strappo, alla volontà di un’assoluta
indipendenza, di qui l’ineliminabile tensione tra il sentirsi parte ed il voler
essere per se stessi. E tutto questo si svela già “al seno”, da intendere qui
come simbolo e metafora della fonte di ogni esistenza. L’attaccarsi al seno
rinvia allo staccarsi. Infatti solo nel venir meno della fusione si dispiega la
differenza. Ma la distanza non rompe la relazione, ma libera le differenze,
istituisce la reciprocità.
Nel “venire al mondo” si percepisce la vita come
propria, ma anche come data: la grazia e la dipendenza, il dono e la
sudditanza. La nascita non è dunque solo l’inaugurarsi di una relazione, ma è l’aprirsi
di una relazione d’amore. Esisto perché qualcuno mi ama e, se mi abbandonasse,
perirei. La relazione che la separazione della nascita inaugura è quella aperta
tra chi nasce e, in generale, il mondo.
Tratto liberamente da La felicità di questa vita di Salvatore
Natoli.
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