tutte le immagini dei quadri, delle sculture ed i testi tratti dai libri dell’artista sono © di Max Loy


..."Il raggio verde è una luce visibile per brevi secondi nelle chiare serate estive, subito dopo il tramonto del sole.

In metafora è qualcos’altro di più significante, una luce interiore che va cercata lì dove ha dimora: nel silenzio.



raccolta di immagini, testi e pensieri di Max Loy ...

e di quant'altro attinente alla sua arte

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Studio: via Abbi Pazienza 14 – C.A.P. 51100 Pistoia cell. 3389200157 mail - info@maxloy.com

In these paintings of mine there are two different elements: colour and shape, casualty and organization, intuition and recognition. Two different types of music combining melody and a countermelody evoking the marvel of a stereophonic listening.


ACCOMODATI, SEI IL BENVENUTO !

Introduzione alla Sua arte

Esposizione virtuale delle opere di Max Loy.

“E’ così: ogni azione e ancor più manifestamente quelle dettate dal sentimento, affondano le radici in una regione misteriosa dalla quale ogni gesto assume un significato trascendente che è caratteristico della figura dell’uomo: egli trascende se stesso, così le sue azioni sono allegorie, immanenza e trascendenza insieme.

Questo è un mistero grande, l’unico.”

data inizio blog: 8 ottobre 2009


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martedì 26 febbraio 2013

Opinioni opinabili


Strano vedere girare il mondo alla rovescia … 

la cultura in genere mi sembra abbia abdicato dal suo ruolo etico, la vedo persa nelle acque basse e stagnanti delle mode, deliziata e paga delle più inutili artificiosità. Arbitraria, si gingilla in compiacimenti cervellotici e perversi, satura e ridondante di effetti speciali, affascinata dalla forma e dalla confezione. 

Sono tempi di transizione dove tutto si rimescola sollevando sedimenti che il tempo aveva sapientemente consegnato all’oblio della terra. Riappaiono come zombi i fantasmi del caos primordiale, tirati a lucido come nelle vetrine dell’usato. C’è un affanno palpabile di ricerca d’identità, originalità e novità che però non è altro che imbiancatura di facciate in disfacimento.


Dal travaglio di questo secolo germinerà il seme di una nuova coscienza, la Storia ha un destino, lo dico per fede, ma ora si vive il disagio di un parto difficile e male assistito.

Troppo rumore, troppe luci, troppa velocità, distrazione, stravaganza e indecenza, molta, molta indecenza. Manca del tutto la pausa musicale che è lo spazio necessario per meditare il suono, il parlato, il vissuto. 

Non c’è affezione, una cosa vale l’altra. 
Deboli amori, al loro posto sfizi. 

Ci sono troppe risposte, troppe verità, troppi messia… troppi peccati. 

Le domande sono quiz, la cultura viaggia orizzontalmente, si espande in superficie mischiata all’invadenza della pubblicità, moltiplica dispersiva informazione di dettaglio e deleteria disinformazione anestetica, è tautologica, rimbalza da una sponda all’altra infinite volte: ha dimenticato la dimensione verticale, indifferente o forse inconsapevole della profondità e dell’altezza.


Io, cultore del metodo razionale logico - deduttivo - causa - effetto, mi meraviglio della predicazione del disordine in un secolo educato ai rigori della scienza. 
Per la verità mi meraviglio anche della scienza che, contemplando la perfezione dell’universo, non sembra capace di risalire alla sua causa logica, al “motore immobile”… a Dio, in aperta contraddizione con il proprio metodo di ricerca.
Resto sopra pensiero, un po’ sopraffatto da ciò che mi accade intorno, incerto sull’affidabilità dell’intelligenza umana, preoccupato per l’entropia che si accumula come una nera tempesta di sabbia.
Tendo l’orecchio alle profezie per meglio comprendere il presente.
E mi convinco che quest’epoca disperata è assetata di trascendenza

Tratto dal commento del video di Max Loy “Opinioni Opinabili”

lunedì 18 febbraio 2013

Deflagrazione

http://freedownloads.last.fm/download/37783467/The%2BMasamune.mp3

Ammasso confuso di elementi
Irrompono vortici di tinte
come esplosione
quasi soffocata
dai tratti
che impediscono la deflagrazione.
Alberi giganteschi
protendono le braccia
filtrano chiazze di luce
Macerie
detriti
relitti
di enormi tronchi
contorti e squarciati
solcati da ferite nere.
Scaglie roventi
brandelli di rossi e di cobalti
figure ritte sotto raggi irrompenti
arancioni asciutti e secchi pennellate scure
cupi contorni
impalcature d’angoscia.
Crepitio di arbusti
al fuoco
case arse
flusso radioso
astratto sfolgorante.

Testo poetico di M. Murgia

Il mio biglietto da visita


Secondo me

        Sono persuaso che gli interlocutori di un artista non siano mai stati reperibili nel “sistema”.
Vedo interazioni, sollecitazioni indirette, ma non una vera attenzione reciproca. Non si può considerare un interlocutore adeguato “il sociale”, non è l’economia, non è la scienza, non è lo sport e non è nemmeno la religione che ha sempre considerato e considera tuttora l’arte uno strumento didascalico, utile per i propri scopi.
Ma chi è un artista? Cos’altro cerca in un mondo che sembra ormai avere tutte le risposte allineate sugli scaffali del supermercato mondiale dell’informazione on line?
Internet, una dimensione sovrabbondante rispetto alle possibilità esplorative del più esigente ricercatore, ma che nasconde il limite delle colonne d’Ercole del sistema uomo.
Oltre quel segno il mondo finisce, ma è impossibile arrivare fin là.
L’informazione non è comunque  la priorità dell’artista, che non si muove in questo ambito, non è interessato a nessuna delle notizie in commercio, può stimolarlo un certo tipo di domande, a livello culturale prende visione anche delle risposte, ma fin dall’inizio e in conclusione cerca unicamente un’esperienza profonda e personale che divenga ponte tra sé e un misterioso interlocutore sottinteso, che è modalità tipica ed esclusiva del rapporto d’amore.
Poi, se si vuole essere esatti, e l’arte è esattezza, è giusto dare le generalità di questo partner che, altrimenti, rimane idea vaga che confonde.
Allora dico subito che intendo la vita.

Ma cos’è la “Vita”?....Chi è?

Scartabello tra le mie scartoffie che raccolgono una quantità modesta, ma selezionata d’informazioni e trovo una frase che fa al caso:

“Io sono la Via, la Verità, la Vita

Firmato: Dio.
Bene, così sappiamo di chi stiamo parlando

        Il rapporto d’amore contempla un caleidoscopio comportamentale infinito ed infatti infinite sono le tipologie dell’Arte, però esiste in questo infinito una linea di discrimine, un punto di partenza o di non ritorno che segna la direzione di questa straordinaria avventura. Forse più che un segno tracciato sul suolo è una modalità, una legge ineludibile che stabilisce il canone del linguaggio: il triangolo.
Non sto parlando di dissolutezze erotiche, voglio dire che l’artista non ha voce, né verità, né bellezza se, al momento di comunicare l’esperienza unica della sua vicenda amorosa non è passato attraverso il satellite degli “Universali”: un triangolo, roba sacra e misteriosa come le piramidi… come la Trinità.
Naturalmente il mondo se ne strafrega delle storie d’amore, a meno che non sia roba che possa dare scandalo il che, chiaramente, non ha niente a che fare con l’Arte. Rizza le orecchie all’idea del “triangolo” per vendere pornografia.
Dentro l’ambivalenza del “mistero uomo”, in quell’intervallo costituito dal lungo cammino d’emancipazione e d’individuazione d’identità trova spazio una provvisoria convivenza con il mondo che mette a dura prova il discernimento in contesti sempre relativi. Sta scritto: “grano e zizzania cresceranno assieme fino alla mietitura”, secondo la pazienza di Dio.
Ma quando l’arte si schiera apertamente e, senza indulgenze, ammiccamenti e doppi sensi rende la propria testimonianza, il mondo gli sbatte su due piedi la porta in faccia.
Così l’artista autenticamente impegnato nella missione in cui crede è destinato da sempre all’emarginazione ed a portare da solo l’esaltante e onerosissimo peso di un segreto vertiginoso.


“Il padrone di un campo vedendo degli uomini oziosi seduti in piazza disse: - andate a lavorare nella mia vigna, poi quanto è giusto, ve lo darò. -“

       Il mio antidoto contro la depressione è il lavoro: io lavoro sempre, continuamente e non stacco mai la spina perché non posso e non voglio.
Lavoro a tutte le ore del giorno e della notte, tutti i giorni dell’anno e per 56 giri della terra intorno al sole non mi sono mai concesso una vacanza. Il mio lavoro è pensiero in primo luogo, in secondo comunicazione.
Sono un artista, uno dei tanti, preso ancora bambino tra quegli uomini che oziavano in piazza. Lavoro sereno, certo degli accordi di ingaggio, in attesa di ricevere da Dio, alla scadenza del tempo, quello che è giusto, senza fare commenti.
Ho atteso con impazienza di raggiungere questa età per due motivi: il primo è che lavorare stanca, il secondo è una questione di decenza: non si può chiedere lo stipendio il primo giorno d’impiego. Non voglio dire con questo che il mio giorno lavorativo sia finito, non sto pregustandomi una pensione che non è mai stata contemplata quale traguardo. Lavorerò fino all’ultima ora, è chiaro. Intendo altro.
I segni dei tempi e l’ora del giorno li calcolo dalla corsa del sole ed ora che il suo arco è più basso sull’orizzonte, dove ho sempre l’occhio in attesa, ora che la luce aranciata ammorbidisce i contrasti del mondo, capisco che è l’ora propizia per completare il lavoro di questa lunga giornata, per non arrivare impreparato e trafelato a sera.
Cosa che non mi piace.
Amo l’ordine e le cose compiute: una bella e netta parabola, da li a là. Basta.

domenica 13 gennaio 2013

Educazione all'immagine: prospettiva fenomenologica

Come educarci all'immagine per apprezzare davvero le opere d'arte,
per recuperare gentilezza,
grazia e non solo.

In una prospettiva fenomenologica l'immagine è assolutamente essenziale, è quasi impossibile studiare l'immagine senza partire da una prospettiva fenomenologica. *
Questo in sintesi perchè la prospettiva fenomenologica non è una prospettiva che intende spiegare i fenomeni, ma intende descriverli, quindi analizzare l'immagine è quasi la sintesi del metodo fenomenologico, metodo che Husserl stesso chiama della variazione immaginativa.
Il metodo descrittivo è il metodo della variazione immaginativa: le cose non si danno nella loro interezza, si danno per prospezioni e quindi si danno girando intorno alle cose. Questo è il primo elemento metodologicamente essenziale, il secono è che l'immagine è di per sè una struttura che richiama la fonte principale di ogni forma di conoscenza che è la percezione. Quindi l'immagine è essenziale dal punto di vista fenomenologico perchè rinvia all'elemento fondamentale della conoscenza che è la percezione.


Tratto da un'intervista fatta al Prrof. Elio Franzini 
Professore ordinario di Estetica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Milano

*la fenomenologia è un approccio alla filosofia che inizia con l'esplorazione dei "fenomena" (che si presenta a noi nell'esperienza conscia) come mezzo per cogliere lo Spirito Assoluto che è dietro il fenomeno. (Hegel)

sabato 12 gennaio 2013

Piccolo saggio sulla Pittura - PARTE PRIMA - continua (11)

Un itinerario per trasformare le idee in fatti:
premesse e
fasi di costruzione di un quadro 1996

  
Vedete, io ho passato la mia vita a guardare fuori e dentro di me ed ho scoperto che le idee che mi girano nel cervello non sono altro che i fantasmi delle cose che mi danzano intorno quando cammino per la strada e tutta la realtà mi appare come un immenso laboratorio in piena attività, dove non passa un secondo senza che si compia un esperimento.


 La goccia d’acqua è una lezione sulla trasparenza, il sole una lezione sulla luce, la distanza una lezione di prospettiva, l’altezza una lezione su non so che, e tutte queste cose sono in rapporto con noi, hanno evidentemente una valenza psicologica e, più in fondo, un’eco spirituale.
Tutto ciò che mi circonda e che mi si muove dentro ha in qualche modo a che fare con me, con il mio senso della vita.

 Se credete che esista il caso e siete degli artisti qualcosa in voi non funziona. Se credete al caso e volete fare arte, partite con il piede sbagliato. Lasciate che ve lo dica da amico: il caso non esiste. Quello che imbroglia le nostre carte è l’enigma. 

Se si vuole capire il ruolo dell’arte, qual è l’inconscio desiderio che ci spinge a cercare nell’arte un appagamento, bisogna prima avere coscienza e poi riconoscere che abbiamo sete.

 Io credo che l’arte non sia altro che un secchio col quale attingere acqua al misterioso pozzo della vita. Da alcuni il pozzo viene scambiato per una botte di vino.  I figli di questo credo sono i pittori di cornucopie: pregevoli artisti che non ci dicono niente. Per altri la via è una valle di lacrime, ed io li vedo questi emaciati animi sentimentali aggirarsi sconfortati tra le immondizie dei cimiteri monumentali. Altri ancora vedono nell’acqua del pozzo un oceano in tempesta:  sono gli ardimentosi pittori di battaglie, gente irrequieta, generali in pensione: portano i baffi alla Vittorio Emanuele. 
E c’è chi attinge dal pozzo un’acqua cristallina ed effervescente: sono gli artisti dell’attesa e del silenzio, quelli che ti guardano negli occhi dai quadri che dipingono e che stanno aspettando qualcuno da tanto tempo.

 
Che cosa ha a che fare tutto questo con me?
Se c’è una domanda veramente creativa è questa.

Ponetevi questa domanda tutte le volte che volete: non ha controindicazioni, è solo un po’ indigesta. Fa parte del mio metodo.
 


mercoledì 26 dicembre 2012

Venire al mondo

Noi non siamo un punto d’inizio. 

Esistiamo perché qualcuno ci ha amati. 

 
Fin dalla nascita la vita è un rapportarsi. La vita stessa, in quanto è data e ricevuta, è un rapporto. Essere messi al mondo significa essere posti originariamente in una rete di reciprocità: relazioni di dipendenza, relazioni di appartenenza, relazioni di corrispondenza.


La vita è qualcosa di ricevuto e di ciò siamo spontaneamente grati. Nel suo inizio, la vita è relazione di intimità, è gratitudine: ci si sente anelli di una catena, parte di un tutto. Ogni nascita presuppone un’antecedenza e, nel momento in cui accade, si realizza inevitabilmente come vincolo, e lungi dall’essere caso, svela l’ineludibile originarietà del legame. Perciò la catena non è solo figura della continuità, segno della reciprocità, essa è anche ceppo, prigionia. Di qui la tendenza all’antagonismo e allo strappo, alla volontà di un’assoluta indipendenza, di qui l’ineliminabile tensione tra il sentirsi parte ed il voler essere per se stessi. E tutto questo si svela già “al seno”, da intendere qui come simbolo e metafora della fonte di ogni esistenza. L’attaccarsi al seno rinvia allo staccarsi. Infatti solo nel venir meno della fusione si dispiega la differenza. Ma la distanza non rompe la relazione, ma libera le differenze, istituisce la reciprocità.


Nel  “venire al mondo” si percepisce la vita come propria, ma anche come data: la grazia e la dipendenza, il dono e la sudditanza. La nascita non è dunque solo l’inaugurarsi di una relazione, ma è l’aprirsi di una relazione d’amore. Esisto perché qualcuno mi ama e, se mi abbandonasse, perirei. La relazione che la separazione della nascita inaugura è quella aperta tra chi nasce e, in generale, il mondo.



Tratto liberamente da La felicità di questa vita di Salvatore Natoli.