tutte le immagini dei quadri, delle sculture ed i testi tratti dai libri dell’artista sono © di Max Loy


..."Il raggio verde è una luce visibile per brevi secondi nelle chiare serate estive, subito dopo il tramonto del sole.

In metafora è qualcos’altro di più significante, una luce interiore che va cercata lì dove ha dimora: nel silenzio.



raccolta di immagini, testi e pensieri di Max Loy ...

e di quant'altro attinente alla sua arte

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..........................Informazioni personali......................... M A X . L O Y

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Studio: via Abbi Pazienza 14 – C.A.P. 51100 Pistoia cell. 3389200157 mail - info@maxloy.com

In these paintings of mine there are two different elements: colour and shape, casualty and organization, intuition and recognition. Two different types of music combining melody and a countermelody evoking the marvel of a stereophonic listening.


ACCOMODATI, SEI IL BENVENUTO !

Introduzione alla Sua arte

Esposizione virtuale delle opere di Max Loy.

“E’ così: ogni azione e ancor più manifestamente quelle dettate dal sentimento, affondano le radici in una regione misteriosa dalla quale ogni gesto assume un significato trascendente che è caratteristico della figura dell’uomo: egli trascende se stesso, così le sue azioni sono allegorie, immanenza e trascendenza insieme.

Questo è un mistero grande, l’unico.”

data inizio blog: 8 ottobre 2009


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venerdì 1 gennaio 2010

La terza categoria - da "Costa dei fiori"




In un hotel quattro stelle, aspirante a cinque, con tutto il lusso che è possibile immaginare, permane tuttavia irrisolto il problema della convivenza che crea sempre disagi: c’è chi a tre metri da te discute ad alta voce i suoi problemi con l’amico, il vecchietto che tiene la radio accesa e ti delizia con le musichette del suo tempo, ci sono i bambini isterici e quelli soltanto capricciosi che piantano di quelle grane e fanno di quegli strilli che se il parco non fosse grande finirei per litigare tutti i giorni con i loro rispettivi genitori idioti, che sono quasi sempre la causa scatenante di simili pandemoni. Poi c’è il piano bar che è bellissima cosa per quelli che amano il piano bar, ma se per mancanza di fantasia uno vuol andarsene a dormire, non può e deve godersi tutto il repertorio che qualche volta concede anche il bis su gentile richiesta di qualche nottambulo.
Io non so come si vive in camera, ma suppongo che se quella genia di persone che creano disturbo all’aperto, dove c’è spazio, te le ritrovi tutte insieme nella stanza accanto o in quella sopra….beh…non hai scampo!

La vita d’albergo è così: per questo la evito.

Mi viene il sospetto che gli ospiti dell’hotel, specie quelli che tornando anno dopo anno mi ritrovano sempre qui a godermela alla grande, provino un sentimento d’invidia e che, viziati da quello stato d’animo, interpretino il mio atteggiamento schivo come segno di sufficienza nei loro confronti.
Se fosse vera questa cosa ne sarei molto dispiaciuto perché non mi piace che la gente mi legga nel pensiero.
E d’altra parte che dovrei pensare di questi poveracci che arrivano da lontano trafelati con valige, bambini e tutti i loro problemi che non riescono a scrollarsi di dosso, che qualche volta incappano nel maltempo e che spendono una pala di quattrini per restare di cattivo umore, ammazzandosi sotto il sole nelle ore più sbagliate, per stipare in pochi giorni l’estate che, per le persone normali come me, dura almeno tre mesi. Poi, appena cominciano a rilassarsi un po’ devono già ripartire per far ritorno nelle città roventi, alla frenesia del lavoro che gli serve per mettere da parte i soldi che poi spendono qua in questo modo triste?
Che dovrei pensare, eh?
A parte il dettaglio che sono l’unico mortale che rientra da una vacanza di tre mesi più ricco, beh….diciamo meno povero, di quando è partito.

Io cerco d’aiutare questa povera gente col mio esempio: mi mostro pensante, attivo, partecipe, mostro il frutto di quel che semino, invito all’assaggio, vengo incontro alle tasche vuote, non faccio discriminazioni tra le etnie e sono educato, non disturbo e sorrido a tutti. Ma dopo questo che altro posso fare per questo prossimo indigente?
Gli mostro anche come ci si diverte!
Se nonostante il prodigarmi per loro questi sciagurati restano indietro, abbarbicati alle loro piccole infelicità, e non si smuovono dalle loro circolari abitudini….tanto peggio per loro, non meritano altra carità.

Il mondo si divide in due categorie di persone: i prepotenti e gli invidiosi e poi ce n’è una terza che non ha nome e alla quale appartengo io solo.




- Bene! caro quadro, a noi due! - da "Costa dei fiori"




- Bene! caro quadro, a noi due! - Sono le 16,30 e ho passato tutta la mattina in mare: ora devo quagliare.

Ho portato tutto il mio armamentario sul prato accanto al chiosco, nella zona centrale dell’hotel, dove sono più visibile perché diciamolo, ora non avrei nessun motivo per finire questo lavoro, lo faccio per attirare l’attenzione: è una semina, pressappoco.

Mentre traffico per sistemare il cavalletto in quella posizione, traversa al vento, che indovino con approssimazioni e tentativi creativi, vedo invadere il mio spazio da un gruppo di persone che si accomodano a far salotto sistemando i lettini due metri da me.

È eccessiva questa vicinanza! La gente non la capisco, non ha ritegno, ti si siede in braccio e poi ti ignora.

Concentrarsi in queste condizioni è sport estremo.

Torno al dipinto, lo guardo con la testa piegata da un lato: questa postura non serve a niente, ma mi ricordo che mamma quando addobbava l’albero di natale quarant’anni fa, si allontanava di qualche passo e lo rimirava così, con la testa piegata.

La mia formazione attinge alle più disparate fonti.

Intanto esploro per ogni verso il quadro, compio il solito gesto che suscita curiosità, di stender un braccio e di strizzare un occhio, che ha lo scopo di escludere alla vista porzioni dipinte che tento d’immaginare diverse, poi mi avvicino, capovolgo il pannello e ricomincio l’analisi. Alla fine, non sapendo dove mettere mano, decido di sparare nel mucchio, prendo il pennello, lo immergo nel rosso e zac! Poi tocca al blu: zac! E vai col giallo: niente di meno che i colori fondamentali, cosa ovvia per un fondamentalista.

Ancora no, non ci siamo.

Aver sprecato dieci chili di colore, stratificato uno sull’altro come la gente sulla spiaggia di Chia il giorno di ferragosto, per non concludere niente è uno smacco che mi brucia come un insulto.

- Tiè, vaffanculo! - faccio guizzare le ultime due pennellate intinte nell’oro acrilico, affidando alla rabbia l’ultimo tentativo di salvare l’opera e resto sul colpo a valutare il risultato. Mi allontano ricordandomi che Dio è misericordia e lentamente mi volto per il giudizio finale: un’Apocalisse, è il primo quadro da buttare della stagione.

Dio perdona , ma io no.

Alle spalle mi interpella una vocina che mi sembra familiare

- È vero che i pittori possono fare tutto? – ”e tu chi sei?”, mi volto e un metro sotto il mio orizzonte riconosco la bambinetta che mi scambia per un cane: da lei solo domande bizzarre

- beh….proprio tutto no… - rispondo con onestà, considerando che ho appena abbandonato al suo destino una mia creatura:

- … però se la cavano. –


Mi studio questo scricciolo birbante che mi ricorda tanto Sandra Mondaini quando faceva ”Sbirulino” : ha lo stesso spirito innocente e sfrontato, arricchito da una buona dose di stravaganza matta.

Le somiglia anche.

Chissà che non sia la sua reincarnazione.



Parola di Dio - dal libro "Costa dei fiori"









Costa dei Fiori, ore 21

Anche per questa sera ho completato l’allestimento ed ora rimiro tutti i miei ventidue quadri disposti in bell’ordine sui cavalletti contro il buio del parco: una parete di domande colorate in un’ora in cui è facile sognare.
Ed ecco una prima visitatrice, una giovane mamma con una bella bambina bionda in braccio. Osserva con attenzione la mostra mentre io seduto sulla mia seggiola da regista butto giù queste righe che stanno appena un passo dietro ai fatti.
Sospendo un attimo e inforco gli occhiali
- Le piacciono? - chiedo
-Si, ma non è il mio genere – gentile e decisa, una risposta ortodossa , ma che non lascia spazio di manovra. Però a me piace fare esercizio oratorio anche per sport e mi interessa studiare fino a dove possono le parole.
- …eppure sapesse quanto sono interessanti questi quadri…. - comincio a dire - ..sa, anni fa dipingevo quadri figurativi. Ha avuto modo di sfogliare i volumi che ho messo a disposizione del pubblico? –
- No, non li ho visti. -
Mi alzo e prendo il secondo volume, lo apro sulla rassegna dell’ultimo periodo figurativo, dove la resa del dettaglio è particolarmente certosina e le mostro le foto di alcuni dipinti.
Conosco l’effetto che fanno a chi piace quel genere di pittura e infatti, come avevo previsto, anche questa signora resta molto colpita da questa mia diversa identità e dalla bravura ed esclama:
- eh, questi si li capisco….. sono bellissimi! –
- Eppure, signora, come le dicevo, questi che ha di fronte - e con un gesto della mano descrivo l’arco della mostra – sono anche più belli e soprattutto più misteriosi… - La signora osserva nuovamente la rassegna mentre la bambina le si struscia addosso come un micio affettuoso. Io continuo
- se vuole le spiego perché. -
Vuole.
- Vede - dico allora - questi quadri sono innanzi tutto trasparenti…. Lei può guardare attraverso di loro come fossero di vetro. Questo non accade nella pittura figurativa dove il pittore, se è bravo, definisce ogni dettaglio così bene che l’osservatore è pressoché obbligato a percorrere passo passo tutta la strada che gli è stata preparata per farlo giungere esattamente li dove si voleva arrivasse. Ma qui non è così, in questi quadri magicamente esistono tante strade per quanti uomini contiene il mondo e ognuno può scegliere quella che più gli somiglia e inoltre, guardando attraverso queste finestre, immancabilmente si finisce per vedersi dentro. Allora significa che stare bene davanti a questi quadri significa anche stare bene con se stessi e di più, se essi vivono della nostra ricchezza interiore, godere di loro sta a significare che siamo ricchi dentro. E tutto questo, come vede, è espresso in modo giocoso, disinvolto, spontaneo e informale. Si parte dalla piacevolezza di superficie per scendere alla profondità che vogliamo e di cui siamo capaci senza fare sforzo e senza limiti di cornice. Che ne dice? -
…Ecco, ho sparato i miei fuochi d’artificio, ho offerto lo spinello allucinogeno della parola, ho amministrato con arte il tono della voce, le pause, il ritmo. Potrei continuare per ore descrivendo la tecnica, dimostrando quanta affinità esista tra canone estetico e morale, tra arte e vita, gemellando le alchimie pittoriche alla scienza e, dunque, alle leggi dell’universo fino ad appoggiare questo fantasioso e rigorosissimo castello logico sulle monolitiche fondamenta della Chiesa e da li spiccare il volo verso l’infinito agganciandomi alla scia delle comete….. potrei fare certamente tutto questo e colto dal raptus creativo modulare la voce fino al canto….. potrei farlo, ma….

……ma quando è no, è no.

Questi quadri non sono il “suo genere”.
Le persone non le cambi: parola di Dio.

martedì 29 dicembre 2009

Lo sterco del diavolo - da "Costa dei fiori"



Oggi avrei proprio voglia di quagliare: sono stanco di pensare, di fare bei discorsi e d’essere creativo, voglio vedere i soldi, contare i soldi.

Annusarne il profumo no, perché è sterco del diavolo.


Qualche volta ho la sensazione che Dio mi ascolti.


Mi si avvicina un tale, un francese che l’altra sera, mentre dipingevo, è rimasto tutto il tempo seduto alle mie spalle in silenzio, testimone di tutte le mie incertezze e della fatica, non certo della genialità. Viene da me e mi fa capire, farfugliando un bislacco italiano-francese che fa pari col mio italian-english, che vorrebbe acquistare quel quadro su tela che ho selezionato come sfondo sul display del mio cellulare perchè è veramente bello.

Quasi non ci credo: sono 500 euro tondi che arrivano in un colpo solo!

Ma c’è un però (non può mancare) deve sentire la moglie….”Ok” penso ”si entra nel solito standard del vorrei, ma non posso: mi venga incontro.”

Taglio corto, 400.

Quattrocento euro vanno bene anche alla moglie e non occorre chiederlo, va in camera e torna coi soldi, tutto contento, e io gli consegno la tela arrotolata a cannocchiale, con un inchino da cicisbeo.

All’inizio stagione ho perso 400 euro per non voler cedere.

Ora gli ho ripresi.


Telefono subito ad Ornella: ”Stiamo lavorando per voi, + 400.” Comunico telegraficamente.

Alle cinque ho dato appuntamento ad un altro cliente a Costa dei fiori, un omone grande e grosso che sarebbe interessato ad un piccolo quadro: che cosa buffa.

Sono in ritardo.

- Ti cercava un cliente. - mi informa Antonello, il bagnino, brutto ceffo come me, per cui si va d’accordo.

Di li a poco il cliente mi raggiunge al chiosco e siccome i soldi chiamano soldi, i 400 euro che tengo in tasca mi mettono addosso una tale verve che invece di uno, persuado l’omone a comprarne quattro.

” Buone notizie” dico al telefono ad Ornella a distanza di mezz’ora da prima ”+ 300!”


Stiamo lavorando per voi






MAX? - da "Costa dei fiori"


Sento una vocina che mi saluta:
- Ciao pittore! –
- Ciao bambina - rispondo con un sorriso.
- Non si dice "ciao pittore" - fa la mamma della piccina - come si chiama il signore? - chiede alla piccola.
- Non lo sa - spiego benevolo - non ci siamo ancora presentati: ciao, io mi chiamo Max -
- Max? - mi guarda interrogativa con due occhietti azzurri e un visino da impunita che è tutto un programma e mi fa:
- Max!.... come un cane! -

La mamma la trascina via.

Il chiosco - da "Costa dei fiori"



Ogni volta che raggiungo l’hotel mi compiaccio della sua struttura d’antica casa padronale. È un rifacimento in stile, ma l’effetto è ugualmente suggestivo.

Passando, getto un’occhiata al ristorante dove vedo i clienti ancora seduti ai tavoli per la colazione. C’è qualcuno che conosco, alzo la mano in segno di saluto e proseguo per il chiosco, come verso casa.

In effetti, dopo cinque anni, tolte le occasionali convivenze per cene di gala e matrimoni in cui viene usato come appoggio per servire cocktail, resto il padrone incontestato di questo spazio in cui ho riposto tutto quel che mi serve. Oltre ad essere magazzino dei quadri e degli attrezzi del mio laboratorio di pittura, ospita le mie ciabatte da mare, un costume da bagno e un asciugamano, un vero guardaroba per le esigenze adamitiche della vita estiva.

Ho sempre sognato di vivere in una capanna in riva al mare….ed eccola qua: preghiera esaudita.

Più in giù, tra gli alberi, è legata la mia canoa.




"Secondo me" da "Costa dei fiori"



Dopo un mese di morte apparente si è riaccesa, sua sponte, la lampadina che illuminava la camera da letto. La davo per persa e sono rimasto al buio per un mese. Invece era solo in coma e ieri, facendo un gesto automatico, metto mano all’interruttore e quella ha un lampo di luce e ritorna in vita:

- ah! allora sei viva, brutta bastarda! - che come accoglienza per chi resuscita non è il massimo.

Chissà se anche Lazzaro…..

Ora voglio andare al mare. Stendo solo camicia e pantaloni così poi li ritrovo asciutti.

Mi raccomando: metodo. Affrontiamo le difficoltà una alla volta, con una partenza morbida: i bermuda.


Non sarà un’impresa stendere dei bermuda…..


Ecco fatto, l’elastico a cavallo del filo, poi una molletta qua e là, per il vento, una leggera strattonata alle gambe per togliere le pieghe e si passa alla camicia.

La camicia mi dà più problemi.

C’è un sistema per stendere le camicie, Ornella me l’ha spiegato cento volte, ma è molto complesso, richiede molta disciplina e una grande specializzazione, mi affatica la mente.

Cerco di essere logico: ….dunque….secondo me…..

E’ questo ”secondo me” che ogni volta mi frega, perché questa operazione non è ”esattamente” secondo me.

Preparativi - da "Costa dei fiori"



Anticiperò il pranzo che sono abituato a fare alle due e mezza. Mi sto già sforzando d’avere fame per l’una. Il minestrone che ho cucinato poi, va giù da solo, buono anche a colazione. Mangerò solo quello e schizzerò via, così recupero il tempo perduto, come Marcel Proust. Questa cosa di recuperare il tempo perduto mi entusiasma sempre, mi prende alle viscere, mi obbliga ad una seduta di gabinetto che fa anche bene. Mi guardo agire con questa fretta balorda e riconosco in questo fare la sindrome dell’attesa di Mara. Dopo un mese da solitario, dividere gli spazi comuni con mia sorella, che ha tutto un altro carattere, mi inquieta e più faccio finta di niente più complico la sindrome. L’arrivo di Mara mi fa l’effetto che mi fa incontrare la pattuglia dei carabinieri: un sentimento ambivalente di amore-odio. Uno si immagina i carabinieri come i garanti dell’ordine, quelli che difendono i diritti civili e che stanno dalla parte dei buoni, dalla tua parte e ti proteggono dai soprusi. Di fatto ti inquisiscono e poi ti danno le fregature e quando hai veramente bisogno di loro, sono occupati altrove o si trasformano in burocrati e ti fanno perdere tempo e pazienza. Io guardo a Mara così: non so bene cosa aspettarmi. Da parte mia voglio essere ineccepibile, pulirò casa e farò trovare il frigo sgombero e tutte le mie cose sistemate per bene, in poco spazio. Lo scolapiatti ha il fondo sporco? C’è polvere sul mio comodino e il letto non è rincalzato come si deve? Provvedo subito: za-za. Questo zelo più che per Mara è per il buon nome di Ornella. Lei non è qui, è a Pistoia che è distante un mare, ma quella piega sul copriletto e quella polvere sul comodino la disturbano, lo sento. Domani con un za-za-za in mezz’ora finisco tutto. Basta un za in più. Alla lolla ci penserà Milli, che è la sua specialità.



Perché Costa dei fiori - dal libro "Costa dei fiori"



Perché Costa dei fiori


Visto che per tutta la vita non ho fatto altro che lagnarmi di non aver potuto viaggiare e di essermi perso quella importante esperienza del venire a contatto con altre culture e chissà quali straordinarie opportunità connesse, Dio, nella mia maturità dei tempi, mi ha piazzato qua, sotto una palma, sapendo che le palme mi piacciono, mi ha messo un pennello in mano, per mettermi a mio agio e, dopo queste squisite delicatezze, m’ha detto senza fronzoli, con altro tono:

- Ora te ne stai qui buono e non rompi, pensa soltanto ai cazzi tuoi, che al resto ci penso io. -


Poi ha detto al mondo:

- Ruota intorno a quest’uomo, perché ho un certo progetto su di lui. -


Devo rilevare che né io, né il mondo siamo gran che compatibili, e nessuno dei due capisce il perché di questa arbitraria iniziativa di Dio, ma tant’è, ognuno ha il Dio che si merita.

Quanto a me, se devo pensare alla mia esperienza di pittore, so che quando non riesco ad individuare il centro del quadro e a ricollegarne i nessi, cerco come prima cosa di allontanarmi di tre, cinque, dieci passi, secondo la difficoltà che incontro nel pervenire ad una sintesi onesta ed illuminata. Se poi, anche facendo questo, non vengo a capo di niente, vuoi perché sono stanco, vuoi perché non è una cosa facile cogliere il centro dei problemi, allora ricorro ad un sistema empirico molto semplice: prendo la mia seggiola da regista, la piazzo come ha fatto Dio con me, nel posto giusto, poi mi siedo e in tutta calma sto li a guardare quel che ho fatto senza chiedermi niente, nella convinzione che un senso ci deve pur essere e che prima o poi mi sarà chiaro.

Quel che viene dopo è un’altra storia e per ogni storia c’è un libro.

Questo racconta solo quello che ho visto stando seduto, in obbedienza, per tutta l’estate, sotto la palma assegnatami.




15 agosto 2001 - dal libro "Costa dei fiori"



15 agosto 2001

Guardo l’ora sul display del cellulare: ore 21,21. Come al solito le improbabili coincidenze.
Fa il suo ingresso la cantante e come una gatta si accoccola sull’alto sgabello, poi, con un sorriso, saluta il pubblico raccolto ad anfiteatro intorno alla piscina:
cena a lume di candela tra le palme dell’hotel Costa dei fiori
in alto, nella profondità silenziosa del cielo notturno, occhieggiano a migliaia le stelle.
Vedo questo a colpo d’occhio, al mio ingresso, scendendo quattro scalini come un introito alla festa perenne che vive in questo eden magico e remoto, sorto come un miraggio strano in riva al mare, perso tra campagne deserte, bruciate da secoli di sole e di vento.
Mi accomodo ad un tavolo, in disparte, scegliendo per istinto quell’angolazione, quel taglio particolare di vivere la vita, la mia vita d’artista: la lontananza.
Nell’aria, le note di una vecchia canzone di John Lennon ”imagine”

”…… imagine all the people living life in peace…..”

Con lo sguardo perso in chissà quale pensiero incrocio gli occhi di Salvatore, il giovane aiuto del maitre che, passandomi accanto di fretta con un vassoio di pericolosi bicchieri pieni, coglie con discrezione l’occasione per burlarsi di me:
- questa sera la vedo particolarmente ispirato - mi dice con un sorrisetto che non mi convince.
È giusto, penso, qui lui ci lavora e non ha tempo per ragionare di stelle e strani incanti.
Lungi da me trasformare questo soggiorno di vacanza, in un prosaico impegno di lavoro. Dio me ne scampi. È un proposito.
Laura, la cantante, mi fa un cenno di saluto.
Ormai conosco tutti e tutti mi conoscono. Questo mi piace.
Mi salutano anche i clienti che si avvicendano, di settimana in settimana, da un mese e mezzo, provenienti da ogni parte del mondo.
Del resto non è difficile scambiare due parole con gli sconosciuti quando sono seduto al cavalletto, dosando i rossi e i blu quali astratti contrappesi di geometrie astratte.
- what is this? - chiedo nel mio inglese stentato - I don’t know what I’m doing… - celio, per stabilire un feeling. E può capitare che ci sia davvero chi mi chiarisce le idee in merito.
Le spiegazioni arrivano in tedesco, russo, spagnolo, francese, inglese….
- Speak slowly, please - mi scuso.
La cosa rassicurante, comunque, è sapere che i miei colori parlano per me in un linguaggio universale che capiscono anche e soprattutto i bambini che si pigiano intorno al mio sgabello, a tutte le ore del giorno.

Al vento caldo dell’estate, seduto all’ombra di una palma, tra fiori d’ibisco e d’oleandro, dipingo i miei sogni tropicali pensando a Gauguin, a Heminguay, materializzando sulla tela lo spirito di questa baia riparata come un ”puerto escondido”, un porto franco dalla velocità della vita.

15 agosto, chiave di volta dell’estate.
Ho negli occhi una folla itinerante, riunita al tramonto sulla spiaggia di Nora, per la festa dell’Assunzione.
- Mettete un po’ di spiritualità nella vostra vita. - predicava il sacerdote dagli altoparlanti che portavano quelle parole lontano, sul mare, alle barche spettatrici di un evento propizio: una benedizione agli uomini data a cielo aperto dalla terrazza sopraelevata di un bar. Una messa ascoltata con la sigaretta in mano, in costume da bagno.
Un annuncio di pace per tutti: ”imagine all the people living life in peace…”

” you may say I’m a dreamer…”
Salvare il sogno è una missione, penso, sorpreso dal crepitare festoso dei fuochi d’artificio che disegnano nel buio quelle strane figure astratte che traccio di continuo nei miei quadri e che i bambini capiscono. Bellezza dell’effimero, rifletto, con nel cuore la benedizione sulla spiaggia nel giorno 15 del mese d’agosto, centro dell’estate, festa condivisa e moltiplicata dalle fiaccole che brillano sui cento tavoli che fanno corona intorno a me e che animano la notte di un sommesso brusio d’attesa.








lunedì 28 dicembre 2009

“FIAT” - dal libro "La casa del padre"



Nella sua vita per ogni strada senza sfondo, lì dove la speranza cedeva alla rassegnazione, si apriva sempre un nuovo scenario e nasceva un nuovo amore ed una nuova storia.

Ora voleva dar ossigeno e tempo al sogno, perchè in quel luogo, a quell’ora, in quella stagione ed alla sua età sentiva di aver bisogno più che mai di sogno e di speranza.

Si sentiva giunto, nelle consonanti e molteplici dimensioni del suo vagabondaggio, in quel luogo prossimo allo svelamento ed alla comprensione degli arcani e temeva d’oltrepassare la culla di Betlemme senza accorgersene o, più amaramente, di non trovare nessuno. Perciò indugiava nel limbo dell’attesa, timoroso, rallentando il passo, non ancora pronto, diffidente, sperando in un incontro di cui anche sospettava l’inconsistenza.

Non che sospettasse di Dio, non che ipotizzasse un Dio bugiardo e cinico, o la religione un abbaglio della coscienza, la proiezione di un bisogno, come tanti sostenevano.

Non era questa la sua paura:


Luca temeva d’essere DISTRATTO.


Temeva di perdere il treno della sua vita per via di una distrazione, magari perché era occupato a fare il biglietto per mettersi in regola, o a controllare l’orario, il binario.

E poiché era sera, temeva anche la colpa dell’indegnità, perché ogni sera chiudeva il bilancio in rosso con un’inadempienza ed un’omissione.

Per questo tergiversava ricapitolando tra sé il suo pensiero, il suo progetto, le attese, le responsabilità, le incognite, le speranze in quel silenzio che andava ora cercando con più adesione quale luogo più idoneo per la sua strana ed astratta preghiera muta:


“FIAT”

La preghiera perfetta.


Fine del giorno, fine dell’estate, fine della giovinezza… … e una passeggiata al crepuscolo per capire e raccontare con le proprie parole, senza prendere in prestito emozioni e pensieri alla letteratura dell’ovvio, la propria storia.


Sì, questa era la cifra di quell’estate: l’esatta metafora, il premio.




“RINUNCI A SATANA?” - da "La casa del padre"




Sette e quaranta.
Fermò la bici e mise un piede a terra.
“Cosa faccio?” si chiese perplesso, guardando l’ora e non vedendo ancora nessun accesso verso il mare.
“Cosa faccio?”, come non si conoscesse e non sapesse d’aver già scelto, in contraddizione con sé stesso, la via irrazionale.
In contraddizione, certo, perché c’era uno statuto, un patto segreto, un limite ch’egli aveva fissato dentro di sé: la sorveglianza su un valico. Nulla doveva sconfinare dall’universo irresponsabile dell’irrazionale nel mondo della responsabile razionalità.
Era il comandamento più perentorio che aveva ereditato dal padre ed il più condiviso.
Anche il più disatteso.
Per la verità Luca vigilava scrupolosamente e ad ogni livello accessibile la sua coscienza, sapendo bene che non avrebbe potuto assolutamente allentare le briglie della sua biga, trascinata in una corsa sfrenata da una coppia indomita di cavalli focosi: padre e madre, cavallo nero e cavallo bianco lanciati al galoppo scatenato dentro di lui, pronti a scartare di lato, ad impennarsi, a sbandare in direzioni opposte, a contraddirsi rovinosamente o ad allearsi per un balzo mortale da un dirupo.

Le sette e quarantacinque…presto sarebbe stato buio.
A casa nessuno doveva rimanere in ansia per lui.

Prudenza, controllo, imperativamente….e, dunque, il suo corollario: la Rinuncia.
Come nella professione di fede, alla domanda:

“RINUNCI A SATANA?”

RINUNCIO

Prudenza e rinuncia dal versante della ragione e dell’ovvio e lui in bilico sul crinale, diviso dentro, con un piede a terra ed uno sul pedale, indeciso, ma impaziente d’oltrepassare il valico del lecito come in quel gioco d’azzardo col padre al tiro alla fune.

…..POTER FERMARE IL SOLE… POTER PROLUNGARE L’ESTATE….

Che fare?
Come non si conoscesse.
Una domanda retorica e più sottilmente un alibi, una furbizia, come quella di figurarsi ad un bivio senza indicazioni ed un interrogarsi con il verbo al condizionale, posto con dolo ad esplorare l’inconscio ottusamente, con finta innocenza e finta necessità:

“cosa sarebbe giusto?”