..."Il raggio verde è una luce visibile per brevi secondi nelle chiare serate estive, subito dopo il tramonto del sole. In metafora è qualcos’altro di più significante, una luce interiore che va cercata lì dove ha dimora: nel silenzio.
raccolta di immagini, testi e pensieri di Max Loy ...
e di quant'altro attinente alla sua arte
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..........................Informazioni personali......................... M A X . L O Y
In these paintings of mine there are two different elements: colour and shape, casualty and organization, intuition and recognition.Two different types of music combining melody and a countermelody evoking the marvel of a stereophonic listening.
ACCOMODATI,SEI IL BENVENUTO !
Introduzione alla Sua arte
Esposizione virtuale delle opere di Max Loy.
“E’ così: ogni azione e ancor più manifestamente quelle dettate dal sentimento, affondano le radici in una regione misteriosa dalla quale ogni gesto assume un significato trascendente che è caratteristico della figura dell’uomo: egli trascende se stesso, così le sue azioni sono allegorie, immanenza e trascendenza insieme.
“…L’estate….” pensava intanto, riconnettendosi per vie traverse alla distesa meditazione introspettiva che era musica di fondo esistenziale “l’estate, quel tempo propizio all’ispirazione, quella stagione opulenta e sazia, carica d’oro e di luce, di voci e di musica e colore…" Ma qual’era la cifra dell’estate? Si chiedeva caparbio, quasi con ferocia, facendosi male nel tentativo isterico di schiodarsi dal muro dell’ovvio, “qual’era la particolare ed inedita ispirazione di quell’estate?”
L’inedito è una bella pretesa dopo diecimila anni di Storia, sembrano vane le speranze di uscire imperterriti da questa strada senza sfondo. Che sia malsano orgoglio dell’intelletto questa smania di capire, di novità, di progresso? Se lo chiedeva. Continuamente. Ricordò l’eco di un’omelia: “…la virtù di un’attesa vigile…con la lucerna accesa” e subito ebbe coscienza del silenzio di Dio nella Storia e nella sua vita. Lo Sposo tarda ad arrivare….e le lucerne si spengono…. Le domande restano senza risposte e la fede vacilla. Ci si deve accontentare dell’ovvio: della Scienza. Sollevò le sopraciglia: “ la Moda, per i più lontani”.
“Nessuno ha mai visto Dio. Soltanto il Figlio e coloro cui Egli ha voluto rivelarlo…” …Il dono della Rivelazione. In tutte le sue forme, nel quotidiano, ORA…per capire, per credere, per testimoniare… Attendere con la lucerna accesa la nuova e particolare rivelazione in quell’ora, per quella domanda, in quella stagione e quell’età. “Oggi è nato per voi il Salvatore” …..Sempre lo stesso annuncio, di anno in anno, di secolo in secolo:
INCOMPRESO.
Non creduto. Sconfinante aldilà dell’ovvio nella regione dei paradossi e dell’utopia, alla deriva sull’oceano, sulla rotta del Titanic, la nave perfetta che non poteva affondare.
Ma mentre questi pensieri sbiadivano senza costrutto, fu trasportato molto lontano nel tempo da un rumore che già da un po’ venava di dolcezza anche i ricordi più tristi:
il rumore della ruota sulla strada di terra.
Pian piano ogni pensiero prese nuovo impulso e nuovo sentimento dall’ascolto dell’andare quieto della bicicletta sulquel brecciolino che si trova su tutte le strade di campagna e che è quasi polvere. Sembrava d’udire lo sfrigolare di uova in una vecchia padella ammaccata ed annerita da fuoco di brace, evocava il ricordo di un’antica mensa: una tovaglia a riquadri bianchi e blu, pane, un bicchier di vino ed una seggiola impagliata alla buona: eredità dal passato che ancora legava alla terra e consolava della velocità e del frastuono del mondo con la memoria di un lento ritorno a sera sulla strada di casa, di un rientro in famiglia.
“E’ letteratura?” si chiedeva, impegnato in un blando slalom tra le buche della strada.
“Siamo già a sera” rimuginava con un’indecifrabile oppressione nell’animo. “Il giorno sta finendo… l’estate sta finendo…. Resta poco tempo…” Questo pensiero gli ronzò insistente nel cervello:
“ RESTA POCO TEMPO ”
“Resta poco tempo per fare che?” si chiese astrattamente, come sempre molto lontano dal porsi domande contingenti, circoscritte ad un contesto pratico d’attualità. Improvvisamente e con urgenza ansiosa e squilibrata sentiva il bisogno dell’azzardo. Il “poco tempo rimasto” aveva agito da pungolo e aveva toccato qualche nervo scoperto del suo inconscio rimescolando nel profondo attese, frustrazioni, bisogni, sogni, incubi e speranze. Suscitò in lui il desiderio latente ed insopprimibile di strappare al destino una chance in più, un tempo supplementare, divenne utopia disperata di rincorrere il giorno, fermare il sole, l’estate, il tempo, per infilare nell’angusto spazio di una metaforica mezz’ora un anelito d’eternità.
Ristette sui pedali, lasciò scivolare silenziosamente la bicicletta e si voltò a guardare la strada che si allontanava dietro di lui.Era un semplice, misterioso piacere vedere la strada che veniva incontro, scivolava sotto le ruote e si allontanava come acqua di fiume, come transito di un treno, come aereo che solca il cielo o nave che percorre un orizzonte, come evento che da lontano si fa vicino, ci raggiunge, ci sfiora, prosegue e si allontana fino a perdersi, come il tempo: futuro, presente e passato… viaggiando, verso il mare. Una bella metafora la strada. Alternando tratti in cui pedalava per il solo piacere di muovere le gambe a tratti in cui si lasciava trasportare dalla lieve pendenza della strada che degradava con dolcezza verso il mare, guardava venirgli incontro un paesaggio familiare monotono, povero e vuoto. Terra argillosa irta di stoppie bruciate, sassi, ciuffi di avena biondo pallido sempre presenti nei suoi quadri, grovigli polverosi di fichi d’India carichi di frutti che nessuno avrebbe mai colto, a rinfacciare gli sprechi, qualche cespuglio rugginoso di cisto e, oltre i fossati, su entrambi i lati della strada, qua e là, stentati ulivi e carrubi, di tanto in tanto un fico solitario poi spazio vuoto, terra abbandonata e sempre, sullo sfondo a giro d’orizzonte, filari d’eucaliptus incongruamente lussureggiante in mezzo a tanto deserto.Luca respirava l’aria lievemente profumata di terra calda e di fieno, pronto a trattenere il fiato all’impatto con qualche ristagnante putrescenza gettata a marcire nei fossi.Quante volte s’era fermato da ragazzo ad osservare pensieroso il sonno libero della morte nei fossi delle strade. Un passero, un riccio, un gatto, un cane falciati da una macchina, irrigiditi, gonfi e contratti in uno spasmo infinito o abbandonati, immemori del tempo, con le orbite vuote e le ossa affioranti da carcasse terrose dal pelo arruffato e sbiadito.La semplicità della morte, la povertà, la concretezza, l’evidenza, l’oscenità, il paradosso della morte così tangibile e così astratta, immanente e distante, svelata e segreta.Venti metri in apnea e poi un bel respiro d’aria pulita:…. La morte…un contrattempo da nulla nella storia di una strada.
Pensava per immagini, probabilmente per l’abitudine ad esprimersi col linguaggio dell’arte: similitudini, allegorie, metafore come prestanomi, incarnazioni di sentimenti e pensieri: Luca era un artista, un pittore, pensava e parlava da pittore perché dipingeva da quando aveva diciott’anni, ma non si accontentava di essere vago facendo il verso alla vita con inutili tautologismi, approssimate assonanze, forzati adattamenti o didascaliche oleografie. No. Lui rincorreva, braccava dappresso la “metafora esatta”, cercava la massima trasparenza del cristallo in cui riversava e custodiva le idee, perché la forma non fosse mai d’ostacolo al significato riposto e trascendente:
la vita è altrove.
Lo ricordava sempre.
L’esatta metafora doveva necessariamente essere pura trasparenza, l’unico obbligato, diafano involucro fisico utile ad introdurre la sua mente alla presenza del Mistero rivelato, aldilà dell’ovvio, completamente, radicalmente oltre il buon senso e la scienza.
Era come nel suo cammino di fede, non si accontentava d’essere generico e, con spirito ecumenico d’ispirazione relativista, di postulare l’esistenza di un Dio assemblato dagli uomini, costruito sulle opinioni e strumentalizzato dagli interessi. No. Lui voleva conoscere esattamente il nome, il cognome, l’indirizzo e il numero di telefono di Dio, di quell’unico Dio geloso e scomodo, ma capace di saziarlo d’ Amore e Verità nel nome rivelato del Mistero Incarnato Gesù, di sostanza e trasparenza perfetta: vero Dio e vero uomo.
Amava tanto Luca queste “trasparenze” e questa visione trascendente del reale da esagerare sempre la misura, fino a perdersi a quote irrespirabili. Diveniva astratto e vuoto ed inevitabilmente precipitava, come Lucifero, nell’inferno.
L’inferno del taedium vitae, il non-senso: la noia.
Certo era bello ed emozionante udire gli echi dal profondo, ascoltare con cuore ed intelletto aperti l’armonia sinfonica degli eventi che ruotano attorno al loro centro atomico e significante, ma tutto ciò chiedeva una fissità contemplativa che lo allontanava dalla strada, lì dove invece lui voleva essere, per camminare.
Prese la mountain bike, riaccostò il portone come chiudendo un capitolo, percorse in discesa il vialetto d’ingresso, aprì e richiuse il cancello e fu in strada.
La strada…. poesia della strada… la strada che si parte da casa… e la strada che ci riconduce a casa: tra i due poli, una vita.
Nelle sue fantasie, come nei suoi sogni, Luca immaginava il suo ologramma percorrere una strada. Nei momenti di depressione come in quelli sereni usciva e camminava e, nel mare, dove non esistono strade, stabiliva una rotta allineando la prua della canoa sulla lucente scia del sole.
I suoi pensieri erano “itinerari”, così li chiamava, e tutta la sua vita un viaggio.
Afferrò l’asta della tenda da sole e lentamente la riavvolse come ogni sera, come ogni estate a quell’ora, con gesto antico, con ritualità.
Le sei e mezza.
“Ma dove sono andati?” pensò scendendo le scale che portavano in salotto “… non si vede anima viva, moglie e figli….spariti!”
Un nuovo senso di abbandono. In aggiunta.
E di libertà. Temuta.
Scrisse un biglietto, si guardò attorno, poi lo fissò con una goccia di sapone sullo schermo del televisore: “così lo vedranno”.
“VADO A FARE UN GIRO IN BICI”
Ancora i ricordi.
C’era stato un “giro in bicicletta”storico. Era stato col padre: otto giorni, dalla montagna al mare. Quasi una leggenda. Scene viste e riviste alla moviola, istituzionalizzate, stereotipe, emblematiche. Ferme lì nellamemoria da quarant’anni, nel loro scrigno segretocome la collezione di un avaro, chiuse in cassaforte, inutili, ossessive… indecifrabili. Luca bambino, con un berrettino bianco e due dentoni da castoro, lascia cadere un sasso in un fiume dall’alto di un ponte, poi volge la testa, guarda l’obiettivo, sorride e fa ciao con la mano.
Spinse all’esterno le imposte socchiuse della finestra che guardava ad est, dalla quale vedeva sorgere il sole la mattina, oltre un filare di cipressi che svettavano dietro il muro del giardino, in un’altra proprietà.
Parevano più alti di quanto non fossero per un dislivello del terreno.
Questa sopravalutazione, del resto, era un inganno ricorrente in Sardegna: si guardava una collina e pareva di rimirare una montagna, un cespuglio di cisto era scambiato per un pino romano… e così anche le distanze venivano falsate da questi abbagli o, viceversa si sbagliava per mancanza di distanza.
Scosse il capo con dissenso: se c’era un sentimento pervasivo che questa terra vuota ed arida infondeva nell’anima era la vastità dello spazio e la lontananza degli orizzonti.
La lontananza.
Sempre argomenti in conflitto dunque?! Le cose stavano in un modo, ma potevano stare anche in un altro modo….
OVVIAMENTE.
Opinioni.
Alla madre, per esempio, non piacevano i cipressi perché le ricordavano il cimitero che nemmeno le piaceva. Non le piacevano né i cipressi né i cimiteri e nemmeno gli ospedali e non ne voleva sentir parlare affatto, scaramanticamente. Era fermamente convinta che fossero contro la vita che invece amava appassionatamente e golosamente, a parer suo, in tutti i suoi aspetti.
Luca al contrario, che sulle prime pareva ancor più schizzinoso e cavillava, faceva distinzioni, esitava e poneva condizioni, poi, in conclusione, non se la sentiva di escludere nulla, come non fosse capace d’individuare il suo punto di vista e nemmeno il suo tornaconto, dubitando di tutto: “se un cespuglio può essere preso per un albero e un’altura per l’Himalaya… si può rimanere fregati se non si guarda bene…”
Era una sua riflessione.
In sostanza egli nutriva il sospetto che la realtà, come aveva l’abitudine di chiamarla pedantemente, nascondesse un segreto d’identità da cogliere più agevolmente con una lettura sopra le righe, rigorosamente aldilà dell’ovvio, piuttosto che limitarsi al senso compiuto ordinario o, peggio, alle simpatie ed alle antipatie d’impulso, per non parlare delle odiose ideologie e delle strumentalizzazioni.
Detto questo, cosa avesse mai scoperto in quegli angoli riposti, dove solo pochi pignoli antipatici frugano, non mette nemmeno conto menzionare. Si può dire un po’ stringatamente che, al punto in cui era giunto, dopo tanti anni d’esercizio, Luca era alquanto confuso e, per dirla tutta, sospettava che nel versante dell’ovvio non valesse più nemmeno la pena di imbarcarsi in discussioni, poco importandogli stabilire se fosse più bello un cipresso o un albero di Natale o più dolce il riposo nel letto o al campo santo.
Ipotesi, soltanto ipotesi.
Collezioni di ipotesi e teorie, a migliaia.
“Ho idea che stia per finire l’estate” pensò fiutando l’aria umida, vagamente salmastra.
Guardò l’ora: le cinque e cinquantacinque.
- Ti pareva. - commentò, rassegnato a tutte quelle coincidenze che sembrano voler suggerire chissà quale chiave di lettura ed invece non sono niente se non sgambetti del diavolo, dispetti.
Spense il ventilatore e rimanendo ad osservare le pale che perdevano rapidamente velocità considerò, a fronte aggrottata, la paradossale semplicità del meccanismo dell’interruttore: clic, fine.
Incredibile.
Commuovente anche.
Ancora divagò, si perse in astrazioni e da quella bruma nuovamente affiorarono i ricordi. Ancora il sentimento della lontananza gli commosse l’anima. Vide la stanza, intorno a lui ogni cosa evocava il passato ed egli accarezzò con lo sguardo ogni oggetto per farsi un po’ male, perché forse di questo ora aveva bisogno per sentirsi bene, considerare quanta vita se n’era andata senza essere stata compresa e vissuta come sarebbe stato giusto e bello. Era importante avere un rimorso, era necessario per esasperare la consapevolezza della distanza dagli ideali e vivere la lontananza come una inesprimibile preghiera contemplativa, per sublimare un anelito.
“il presente eternamente ci sfugge” pensò con malinconia, inventariando gli sprechi, il disamore, le cecità “ …. e non abbiamo che questo…”
Ecco, ora aveva dato un nome allo stato d’animo di quel risveglio: malinconia, forse astratta nostalgia. Quel sentimento tanto caro alla madre crepuscolare, paga delle sue dolci tristezze sbiadite controluce sul profilo delle montagne al calar della sera.
Sangue misto scorreva nelle sue vene: padre e madre in perenne querulo battibecco non cessavano di contraddirsi dentro di lui per l’eternità, paradossalmente innamorati e distanti.
Luca si pose a sedere sul letto, pensoso, con lo sguardo assente. Richiuse le palpebre bruciate dal sole e assaporò assorto il lieve frusciare dell’aria che con una leggerissima carezza lo investiva a tratti.
Percepiva nel ronzio familiare del motore una musica bitonale, maggiore - minore, un suono rassicurante come una nenia che lo riportava al passato, all’infanzia, astrattamente:
“…Vento che soffia da terre lontane nel tempo e nello spazio…. musica antica d’un ventilatore d’estate…”
Se ne stava così, in quello stato indolente ed ipnotico di chi, sveglio da un po’, tuttavia non vuole prendere coscienza d’alcunché ed oppone una volontà ottusa a ritardare quanto più possibile il pensiero.
Spostava lo sguardo dal soffitto alla finestra di fronte e a quella alla sua destra che si apriva su un terrazzo inondato dalla luce pomeridiana. Una vecchia e logora tenda da sole, che aveva sopportato già molte stagioni, filtrava il riverbero disegnando luminose mobili geometrie astratte nella penombra della camera che, ad ogni alito di vento, accendevano d’incandescenza aranciata il legno dell’imposta socchiusa.
Luca, sdraiato nel letto, stava immobile ad ascoltare il sommesso frusciare dell’aria del ventilatore che esplorava monotono la stanza con il ronzio di un lontano aeroplano ad elica, remoto nel tempo e nello spazio.
Remoto nel tempo: un’infanzia ormai lontana.
Remoto nello spazio: oltre quel confine cui giunge lo sguardo perso nell’azzurro profondo di un cielo.
….LaLONTANANZA….Vento che viene da lontano, memorie antiche, voci dal passato, emozioni alla deriva, contemplazione astratta, poesia del nulla… luce che filtra dalle persiane accostate, colori sul soffitto, ombre e luci di una vita che abita altrove, fuori da quella stanza dove una penombra dorata faceva giusta cornice, mediazione, introito come uno sguardo socchiuso, controluce, oltre la soglia, per un risveglio e… una consapevolezza: la vita ha luogo altrove.
Nei viottoli deserti di questo villaggio fantasma ritrovo scorci e nicchie protette di luoghi remoti nella memoria e di nuovo mi sento a casa,nuovamentecalcando lasabbiadi Ostia dei miei diciott’anni,guardandoil mareda dietroun cancelloarrugginitodalla salsedine, seduto sul legno di un pattino tratto in secco ebuttato a ridosso d’una siepe selvatica, getto l’ancora nel porto di Itaca..
Il silenzio del mese d’agosto, trentacinque gradi all’ombra. Nel paese strade deserte, nei campi terra arida, stoppie bruciate. Unico suono il gracidare delle cicale, ininterrotto. Ovunque la luce.
Estate in Sardegna, nella casa paterna, riverbero di un’estate che stava finendo al cambiar del vento che già soffiava umido dal mare, foriero di piogge e di quell’inquietudine malinconica, consapevole del tempo che passa al mutar di stagione.
Neri giace profondamente addormentato, rilassato nel sonno…e sorride alla visione sempre presente della spiaggia del Poetto, dell’estate libera e selvaggia dell’infanzia: corre a lavarsi la faccia nel mare calmo e teso dell’alba e aspetta le dieci per entrare nell’acqua con i fratelli…tutti insieme.
Ad ogni progressione del sogno cambia posizione, raccoglie le gambe, si dispone meglio sul fianco… e può succedere che, per il movimento, per un attimo cessi di sognare e apra gli occhi….
Ma che sguardo stravolto mi spiana in faccia! Non mi riconosce??
Ma ecco di nuovo il mare…
Sa forse Neri cosa cerca quando entra nell’acqua? Cerca forse quella magica sostanza in cui si è formato il suo universo?
Cerca la sua mamma?
… Certo si spinge sempre più lontano…
… Certo rimane sempre più solo…
L’attireranno misteriose sirene?
Il canto dei fratelli morti?
Non invecchia Neri. E come può? Scorre il tempo nel sogno?....
…E quante volte al giorno ritorna, stanco dopo lunga ricerca, a riposarsi sotto la quercia dove ha udito sua mamma cantare?
Lì, in quella cornice senza tempo, ha ascoltato lo stormire del vento tra le fronde e ha volto gli occhi al padre, sopraggiunto alto sul cavallo.
Altro non vuole conoscere, altro non gli importa…che questo gli basta.
E sa essere felice perché non ancora tutte le strade ha tentato per ritrovare quei luoghi: lì, su quel crinale, non è ancora andato, per esempio…
Sono dispiaciuto, non volevo che si disturbasse ma, francamente, quando arriverò alle dieci avrò totalizzato ben tredici ore di viaggio e aspettare altre due ore per il treno più un’altra ora per arrivare a Pistoia comincia ad essere troppo per i miei cinquantaquattro anni. E poi sarò felice di riabbracciare lei, il mio amore, mia moglie, Ornella che è stata sempre presente con la sua immagine tutte le volte che ho aperto questo quaderno e nel mio cuore in tutti i momenti di solitudine o di gioia di questo mio storico viaggio in Egitto.Già la immagino, mi verrà incontro come quando eravamo ragazzi, nei lontani anni del nostro romantico fidanzamento e ci abbracceremo tenendoci stretti, pieni di felicità, poi subito mi chiederà: “e allora?”. Io le sorriderò e alzerò le spalle perchè torno come son partito, senza soldi, e senza aver risolto il calcolo del mio punto nave. “Ho le foto”, le dirò, “e ho terminato il quaderno con la storia dei giorni, come mi avevi chiesto, ma.. dimmi di te..”
Sto aspettando che lo spettacolo di cabaret finisca per fare la mia comparsa sul palco e quando si aspetta, si sa, il tempo non passa mai. Ma ecco che a tenermi sveglio ci pensa quel tale di “Vincenza” di nuovo qui a farmi compagnia. Si vede che gli ho fatto simpatia. Mi gratifica di altri sbellicati complimenti, mi dice che ha grandissima considerazione del lavoro di un artista. Io convengo che è un impegno difficile perchè il mondo è diventato più sordo e indifferente all’arte. Lui mi conforta con l’argomento che i riconoscimenti verranno perchè la vita ha un ciclo, “forse” aggiunge “noi non ci saremo”. Al che osservo che questo è un problema.
Non è un problema invece questa conversazione che porto avanti col motore al minimo, pensando ad altro.
Ma a questo punto il discorso si fa impegnato perchè lui mi ricorda che questa vita non è che una fase della grande Vita. Io gli faccio si con la testa e il movimento mi sveglia. Gli chiedo da quanto tempo lavora qui: “quattro giorni.”“È difficile il periodo d’ambientamento” commento e gli chiedo se sua moglie è con lui. Ma vado a toccare una ferita: la moglie è morta sei mesi fa. Lui lascia trasparire su quella faccia strana unacommozionetrattenuta e con forzaespressiva mi dice che non la dimenticherà mai, che il loro amore è per sempre.
Resto sorpreso dall’intensità del suo sentimento e quasi mi vergogno senza una evidente ragione. Lo ascolto con rispetto e partecipazione, usando il riguardo di non interrompere il suo sfogo e la pazienza di ascoltare tutto quello che mi deve dire.
Alla fine, riconoscente, mi fa certo che per qualsiasi cosa abbia bisogno potrò contare su di lui. Io che avrei una lista lunga così di “desiderata” sorrido, poi, alzandomi per salutarlo e posandogli una mano sulla spalla, gli rispondo:
- lei questa sera mi ha già fatto due regali:
mi ha confidato un dolore e mi ha confidato una speranza.
Caro Max, complimenti per il blog e per il tuo umorismo di stile anglosassone.... direi. E' gradevole leggerti... Sei bravissimo! su Le gallerie.
L'arte di Max Loy è un caleidoscopio di colori, un insieme di fantasia e realtà unite da un sogno di ricerca della bellezza, della serenità,di un mondo fatto di ricordi, di nostalgia,di struggimento per un qualcosa che si spera di raggiungere in un domani e che si augura in un mondo agogn ato fatto di silenzio e meditazione e da sempre ricercato come il raggio verde:la sua ITACA! su Azzurra malinconia
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La Bellezza sfugge alle definizioni, ma quando ci sorprende la riconosciamo immediatamente, con emozione e gratitudine.
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Sardegna: cielo, acqua e terra
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Max Loy lives his painting as a dream, loves to paint and painting is his life.The rigor of contrasts and his vibrant stretch alive with intense light his splendid paintings, highlighting his whole inner world.
Dans le temps nous avons reçu comme un cadeau inestimable: la promesse, la route, la force et l'étoile des marins avec une tâche et une mission: rendre témoignage
El hombre en el arte como en la vida más allá de sí mismo, por lo que sus acciones son una alegoría, la inmanencia y la trascendencia juntos. Este es un gran misterio, el único.
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Max Loy, pone alla base del suo manifestarsi estetico – costantemente nutrito da linfa filosofica e umana – la libertà esistenziale, la casualità emotiva, dando vita ad opere nelle quali la schiettezza diviene anche sfrontata pur di evitare l’arido, il freddo e matematicizzato schematismo.
“Filtrato” attraverso esperienze molteplici – nell’ordine: figurativa, surreale, metafisica e astratta – ma coerentemente con il suo credo temperamentale, questo artista nobilita la sua pittura di una tale disarmante sincerità che non gli si può non dar fiducia sulla parola.
tratto da presentazione e critia di Luigi Casieri
Agavi e palme, pallidi fiori di oleandro, zinnie opulente, sassi, rocce, tutto ha significato: nulla è occasionale in questa pittura esatta, come i preludi di Debussy.
Quando la pittura impone un discorso e schiude l’anima alla meditazione, allora è pittura.
Giuseppe Pau
Abbandono
......c’è una quiete così appagante dove l’uomo si può fondere come unità completa facendo tutt’uno per sciogliere, diciamo, questo cantico di lode dell’essere provvisorio che chiede nel definitivo un pieno appagamento e la realizzazione di se stesso
tratto da Presentazione e Critica di Raffaello Borsetti
cliccare col tasto destro sull'immagine - musica dall'Egitto da Ensemble Hathor
Belli, eleganti e nuovi ....
........i lavori su fondo oro, ricchi e vari nei riferimenti mitologici e storici, ricercati e preziosi nella composizione e nella tecnica.
La pittura di Max Loy è molto meditata, aristocratica, misurata, concisa, ma anche di intelligenza universale e molto accattivante e gradevole nelle cromie, nei soggetti e nelle ambientazioni.
Piero Tartaglia.
l'attualità...........
esprimere l'inesprimibile
La tecnica del pittore non si allontana dalla sua vocazione di libertà e si sostanzia – sui legni preparati in varia guisa – di imprimiture di differente mistura, si aggettiva di dolci velature, si arricchisce di lunari effetti di corrosione, nervosi graffiti, specchianti o ruvide superfici che fanno pensare, rispettivamente, a luminosi piani plasticati oppure ad abrasi calcari.
tratto da Presentazione e Critica di Luigi Casieri
“Siamo di fronte ad una pittura che prende, affascina, coinvolge e che dona cascate d’emozioni fino a stordirci. "