tutte le immagini dei quadri, delle sculture ed i testi tratti dai libri dell’artista sono © di Max Loy


..."Il raggio verde è una luce visibile per brevi secondi nelle chiare serate estive, subito dopo il tramonto del sole.

In metafora è qualcos’altro di più significante, una luce interiore che va cercata lì dove ha dimora: nel silenzio.



raccolta di immagini, testi e pensieri di Max Loy ...

e di quant'altro attinente alla sua arte

.

..........................Informazioni personali......................... M A X . L O Y

La mia foto
Studio: via Abbi Pazienza 14 – C.A.P. 51100 Pistoia cell. 3389200157 mail - info@maxloy.com

In these paintings of mine there are two different elements: colour and shape, casualty and organization, intuition and recognition. Two different types of music combining melody and a countermelody evoking the marvel of a stereophonic listening.


ACCOMODATI, SEI IL BENVENUTO !

Introduzione alla Sua arte

Esposizione virtuale delle opere di Max Loy.

“E’ così: ogni azione e ancor più manifestamente quelle dettate dal sentimento, affondano le radici in una regione misteriosa dalla quale ogni gesto assume un significato trascendente che è caratteristico della figura dell’uomo: egli trascende se stesso, così le sue azioni sono allegorie, immanenza e trascendenza insieme.

Questo è un mistero grande, l’unico.”

data inizio blog: 8 ottobre 2009


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lunedì 15 novembre 2010

PERDERSI



http://www.youtube.com/user/maxloy1950#p/u/12/l9N2fMEPP8Y

Affiora alla coscienza un sentimento ma non vedo nulla .…

Fiuto un profumo che mi sveglia da sonni leggeri …..

M’accorgo d’avere sete e fame …..

Un bisogno di fare ….


M’accorgo ch’è tardi … è sempre tardi per me ….

All’inizio, non mi viene in mente niente ….

Sto lì a pensare, mi concentro …. mi sforzo ….

miracolo se non mi riaddormento ….


…. Pensare mi stanca, moltissimo …. E mi frustra ….

Mi soccorre l’abitudine, quel difetto del carattere che pretende soddisfazione.


“Voglio fare un figlio, un altro figlio ….”

(chiamo così tutti i lavori compiuti, ai quali ho infuso eredità di sangue)

Mi chiedo questo …. perentoriamente ….


C’è un primo passo: dovrò stare davanti allo specchio per riconciliare tutti i tratti dissonanti della fisionomia.

Questa è la penitenza e questi sono i preliminari ….

I preliminari sono importanti … preparano la strada …

I preliminari possono durare mesi …

Devo fare i conti con la realtà …

LA REALTA’


….. tutto ruota intorno a questa parola come intorno a un sole ….

Tutti sanno cos’è la realtà …. Tutti ne parlano ….

Ma io vedo nebbia perché percepisco trame e grovigli di storie che tessono un’identità recondita,

complessa fino alla semplicità della verità.

E questo trascende la mia comprensione affaticata da orizzonti ristretti, come un cerchio alla testa ….

La realtà …… è …. è smisurata …. sferica …. 

Mi perdo ….

La realtà …. è un sconfinata distesa di libri che non leggerò mai 

…. e che sfioro solo con lo sguardo ….

Titoli senza autore esposti in evidenza o confusi nel mucchio.



Vago per gli infiniti corridoi di questa infinita biblioteca ….

Assorbendo per emanazione l’astratto distillato esistenziale ….

Contando i nodi del mio rosario, scanditi come i secondi di un orologio.



Aggiungerò la mia pagina …

cercherò la giusta inquadratura per la mia regia …

forzerò la mente dentro un formato … il più ampio possibile … ed il più esatto ….

Mediando tra possibilità e ….. desiderio infinito …...

Sarà una finestra … il mio sguardo sul mondo che cerca Dio ….



PERDERSI ….

Sessant’anni … questo è il pensiero dominante …

ma non è un pensiero …

è uno stato d’animo …

una tensione astratta affacciata alla finestra della coscienza.

C’è quanto basta per aggrottare la fronte …

A prescindere dal fatto che si è dormito bene.

Cosa farò oggi?

Che titolo avrà il mio film?

La mente si svuota per un eccesso di densità …

Inevitabilmente dico parole che mettono distanza tra me e il mondo …

Lasciamo perdere la questione … 


Meglio dedicarsi ora, con la massima cura, al rito del caffè.
C’è la remota possibilità di trovare risposte nel fondo della tazzina.



Inizio la mia giornata con uno sguardo alla finestra.

Oltre le grate ed il trasparente filtro di una zanzariera,

ritrovo il conforto di un paesaggio conosciuto

e mai cambiato fin dalla mia remota infanzia.

Stabile nella sua genericità e pregno nella sua astrattezza.

Foglie … e tra le foglie … ed oltre le foglie: luce.



Ogni mattina inizio il mio giorno guardando nel vuoto …

con attenzione distratta alle forme delle cose, ai colori, alle ombre, alle luci,

in attesa di un alzarsi di vento che dia vita all’erba e agli alberi del giardino …

e … alla girandola fissata ad un vecchio muro, coperto d’erbe e di muschio

che … dall’ultimo orizzonte il guardo esclude ….

Non c’è impegno più urgente …

sto lì a guardarla girare …. girare …

… più veloce, più piano, fermarsi … mutare direzione …

interprete degli Arcani che il vento trascina con sé: pronostica il futuro.

Il futuro è nave che si avvicina nella nebbia …

Gli Arcani sono domande che non passano …

e risposte chiuse da sette sigilli …

Poi c’è la Speranza ed il Tempo ….

E questa è la REALTA’, la sostanza …

Tutto il resto è vanità …

briciole e fumo.

Rumore, per così dire.

Io con grande serietà guardo nel vuoto fra le foglie … e fantastico …

Fantasia numero uno è: ANDARE. 

Dove? … nel vago … mi attira il nome.

C’è un versante, un valle perduta tra i monti dell’Appennino che qui chiamano “il Vago”,

dove i sentieri segnati del quotidiano si perdono in un mare di foglie …

lontanissimi dai pensieri degli uomini …




Visione numero due è: l’ ESTATE.

Cocktail di ricordi distillati e purificati fino all’astrazione …

L’estate è un profumo …



Pensiero numero tre è: il TEMPO.

Il tempo è scommessa.

Conoscere le stagioni … entrare nel flusso …

sentire il ritmo … capire il formato …

Poi il tempo scade …


Capire per fare …  

Fare è importante …


Coltivo un pensiero semplice come il numero tre,

più elementare dei quattro punti cardinali del viaggiatore.


E’ superata la mente, non basta più …

Ho sempre più bisogno di guardare …

Guardare lunghissimamente … e ad occhi socchiusi …

Sognare è la parola che mi viene d’abitudine …

Contemplare è quella più adatta …

Perdermi è quella vera.


E' ciò che vedo nella luce, oltre la mia finestra …

E non c’è storia … 

...ma tutte le storie …



D’abitudine sono solo,

nei miei vagabondaggi smemorati sono solo …

nessuno in carne ed ossa può seguirmi.


Vago nell’inconsistenza del reale camminando sull’acqua,

perché non ho peso, né volto,

né presente, né passato.

Sono anch’io sogno.


Ho la mente confusa.

Ricordi, sentimenti, pensieri vorticano come una girandola nella mia anima.

Si dissolvono e riaffiorano altrove,

in altri luoghi ed in altre età.

Non ricordo date ….

Trascino tutto con me in una valigia stipata alla rinfusa, rigonfia,

legata con lo spago degli emigranti.

Lì dentro c’è tutto … sono le mie referenze … e la mia giustificazione.

Un cambio di mutande e migliaia di foto.

Cose essenziali.

Viaggio con questo ingombro benedetto ed indispensabile.


LA NOTTE

 Congiunzioni stellari …

e pensieri che si perdono in distanze infinite …

Cedono a suggestioni dell’immaginario che mi lasciano attonito,

introducendomi nel sogno dove sempre sono rimasto bambino.



Luci nella notte …

fantasmi opalini della profondità degli abissi …



Stazioni stellari, astronavi in transito …

zattere per naufraghi …

promesse … miraggi … simulacri del giorno … presagi di festa …

laggiù c’è vita …

… ILLUSIONI …

Quello che cerco non è qui.







Mare che congiunge tutte le terre …

Orizzonti sempre lontani …

… Isole …

E questo andare all’infinito cercando qualcosa che non è mai qui.

Un presente che non sazia e che sospinge oltre sé nell'attimo che segue.


Cerco qualcosa.

Devo aver perduto qualcosa che non ricordo.

Non è da nessuna parte.

E’ dentro di me, nella mia mente.

Separata da me. 


Un sentimento mi accompagna, assume forme cangianti ,

ha nome di donna, suona dolce come un turbamento d’infanzia,

suona inebriante come un vortice di danza,

suona vero come la parola amore,

triste come la morte

e vivo come la vita.

Risuona dentro di me da qualche parte.





Un angelo bruno ammicca dietro ogni porta

Una bimba, una fanciulla …

Il vento sfiora la sua veste leggera …

sfugge dietro le svolte di strada …

confusa tra la gente …

riflessa in uno specchio d’acqua …

dissolta dal buio o nella luce …

appare tra la nebbia …

riposa in una barca …


Ha una domanda nel fondo mutevole degli occhi …

“mi ami tu?”

… e non so chi sia …


La mia storia si ferma lì dove cominciano tutte le storie …

Io lascio … e inseguo Lei,

icona inafferrabile ed onnipresente nella mia mente …

per vivere quel momento oltre il quale non riesco ad andare …

l’incontro.




Non immagino un Paradiso, né un Inferno,

sogno solo, astrattamente, un’intimità infinita.




Trasparenti visioni, sogni e ricordi si confondono …

Sono frammenti sparsi sulla sabbia …

sospinti dalla marea tornano al mare …

riaffioreranno su altri lidi in altre estati …


Sopra di me il cielo …

Nessun rumore del mondo …



Tratto dal FILM "Perdersi" di Max Loy

martedì 2 novembre 2010

L'Altrove

(cliccare con il tasto destro del mouse ed aprire su un'altra finestra)


Andiamo via, creatura mia,
via verso l'Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti
e campi sempre belli.

La luna che splende su chi
là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell'immortalità.

Lì si incominciano a vedere le cose,
le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
là le canzoni reali-sognate sono cantate
da labbra che si possono contemplare.

Andiamo via, creatura mia,
via verso l'Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti
e campi sempre belli.

La luna che splende su chi
là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell'immortalità.

Lì si incominciano a vedere le cose,
le favole narrate sono dolci come quelle non raccontate,
là le canzoni reali-sognate sono cantate
da labbra che si possono contemplare.

Il tempo lì è un momento d'allegria,
la vita una sete soddisfatta,
l'amore come quello di un bacio
quando quel bacio è il primo.

Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia,
ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,
non di rematori, ma di sfrenate fantasie.

Oh, andiamo a cercare l'Altrove




Fernando (Antonio Nogueira) Pessoa 
(1888-1935)


lunedì 1 novembre 2010

Nel luogo dell’Arte



L’arte ci seduce …. Ci porta altrove …. Ci attrae con il linguaggio della bellezza dell’immagine in una dimensione tanto seducente quanto enigmatica e talvolta imperscrutabile.


L’altrove dell’arte è l’altra faccia dell’odio e della paura, sublimati in forme, segni e colori.

Il mondo del possibile e dell’armonia ci parla con sapienza dell’eterno gioco della vita, senza farci trasalire, ma portandoci per mano; introducendoci nell’universo del presente trasfigurato.


Altrove

cliccare col tasto destro del mouse ed aprire in un'altra finestra



Vento che giunge da terre lontane nel tempo e nello spazio ….. musica antica d’un ventilatore che esplora monotono una stanza in penombra dalle persiane accostate.

…. Tempo d’estate …. Il tempo passa …. Fine dell’estate …. “Noi siamo altrove” …. Vento dal mare ….

Solo un’ora prima era emerso da un sonno e da un sogno e osservava stupito la stanza. Aveva sognato il mare, aveva ascoltato il vento, contemplato la luce e da sveglio aveva lasciato vagare la mente in libertà rincorrendo i ricordi fino a quando tutto era sfumato nell’astrazione d’un sentimento: fantasie, realtà, sogni, ricordi ….. come canto corale sommesso, pulviscolo dorato al tramonto, in controluce …. Dolce malinconia.
…. Ed ecco il PRESENTE.
Il discutibile, filosofico, illusorio presente gravido d’una forza coercitrice speciale, d’una evidenza strana, d’una forma acuta del sentire.
Un’astrazione densa come roccia: un MISTERO.
Come tutto.
Due passi oltre lo steccato e l’incanto svanisce: ritorno al presente.



La ragione sgretola il sentimento e s’occupa d’altro. Tien d’occhio l’orologio, computa da ragioniere.

Sette e dieci, il tempo passa, il sole segue il suo corso. Ora è più giallo, più arancio, ferisce meno lo sguardo. Le ombre si allungano, il silenzio è più grande.

Resta nel sottofondo il rumore del vento e del mare.



Testo tratto dal libro "la casa del padre" di Max Loy

martedì 19 ottobre 2010

Insegnare e disegnare


La riflessione piú semplice ci restituisce la sostanziale reciprocità fra insegnare e disegnare. Il latino designare, da cui il nostro disegnare, associato al docere, che significa orientare ad un fine, ordinare, far sapere, si può fare equivalere appunto al nostro insegnare. E sia il latino designare, sia l'italiano insegnare disegnare, sono evidentemente imperniati sul sostantivo signum, come lo è pure un'importante famiglia di parole italiane, come ad esempio segnare, contrassegnare, consegnare, assegnare, significare, sigillare. Perciò si potrebbe sostenere la tesi: non si può insegnare in senso pieno senza il disegno. Evidentemente nel senso per il quale insegnare è individuare, è formare segni, come molteplicità diversamente ordinabile; ed è sigillarli, ossia fissarli nella loro forma determinata; ed è consegnarli agli altri, assegnando a ciascuno i tipi di segni e delle loro elaborazioni che si giudicano piú adatti alla crescita di ciascuna persona. Il sistema dei segni è il linguaggio stesso, in qualunque sua forma. I segni sono tali in quanto designano un significato: in ogni caso, presuppongono disegni mentali, dunque anche progetti, che tendono a prender forma comunicabile, mediante gli essenziali disegni che sono i segni; i quali a loro volta si moltiplicano e si pongono in relazioni molteplici secondo altrettanti disegni o schemi mentali. Qualsiasi segno è dunque comunicabile e riconoscibile come designante quel determinato significato, o idea, solo mediante il disegno che lo struttura. E qualsiasi significato è tale in quanto il disegno interiore armonizza con il segno esterno riconoscendolo nella sua intenzionalità significativa.



Insegnare è dunque essenzialmente indicare, designare realtà determinate, mediante i loro disegni o immagini o simboli o segni: è indicarle nella loro determinatezza e nelle loro relazioni, reali e possibili, dunque nel loro ordine, attuale o potenziale. Insegnare è insomma trarre dal disegno interiore della realtà altri disegni interiori capaci di trasformarne la forma di ordine, nella quale la percepiamo, in altre forme di ordine, diversificate e sempre piú perfette, nonché le loro rappresentazioni esteriori. L'immagine è perciò essenziale in ogni forma di insegnamento e di linguaggio: è essenziale quanto il concetto, che è la forma della massima essenzialità e universalità dell'immagine.

Tratto da “Disegno, Ordine, Significato” di Pier Paolo Ottonello

domenica 17 ottobre 2010

Le gallerie


Le gallerie non gli piacevano affatto, gli infondevano angoscia, gli sembravano la metafora della sepoltura. Evocavano la morte piazzate lì, in agguato come una disgrazia nera, capaci di oscurare la certezza del sole in uno sbatter di ciglia, “In ictu oculi…. Passa la vita”…. ZAC! E si va sotterra.
Quando non temeva d’esporsi al ridicolo, prima ancora di accendere i fari, chiudeva i finestrini, per un bisogno di protezione. “Troppo rumore”, si giustificava e poi accelerava per uscire prima che poteva, spinto da un senso claustrofobico e, appena in vista, teneva gli occhi ben fissi sul foro d’uscita come prefigurandosi la Resurrezione, forse rivivendo l’esperienza primordiale della nascita , che non dev’essere uno spasso, sulla falsariga dei reduci dal coma.
“Prima si esce da qui dentro, meglio si sta. Un buon motto da incidere su una cassa da morto”. Pensò.

Tratto dal libro "Racconto in bianco e nero" di Max Loy

Il gioco e l'umorismo


Il sentimento artistico nasce dall’incontro della vita impressa in un’opera d’arte con la vita che si trova in chi la contempla. “Dobbiamo guardare, guardare e guardare fino a far vivere il quadro davanti a noi e identificarci con esso per un attimo fuggevole. In quel momento, per quell’attimo fuggevole, siamo costretti a modificare la nostra definizione di realtà.  
Il gioco e l’umorismo ci offrono allora l’opportunità di esercitare la capacità di apprezzare il paradosso di una nuova realtà. Il gioco è piacevole ed è fonte di un certo svago. L’umorismo  è metaforico e paradossale. In questo modo si riesce a mantenere un equilibrio tra la nuova esperienza  e la realtà già nota, la nostra certezza.
E’ questa una prova che ci permette di approcciare poi ogni novità con slancio, curiosità e desiderio di ristrutturare il possibile. Infatti  la pratica dell’umorismo è sempre una pratica paradossale. La logica viene capovolta, ma la verità non scompare. Viene favorita l’immaginazione e ne scaturisce la novità. Nell’umorismo si crea una nuova logica.
Ecco che una chiave di accesso e di fruizione dell’arte, soprattutto di quella che richiama degli schemi inediti, può essere l’umorismo, inteso come accettazione di un particolare stato d’animo in una cornice inaspettata. 

Riflessioni leggendo W. F. Fry  “Una dolce follia”


sabato 16 ottobre 2010

Unità originaria



..... "Fare in modo che due siano uno, fare sì che l'interno sia come l'esterno e l'esterno come l'interno, e l'alto come il basso, fare che il maschile ed il femminile sia una cosa sola, che l'occhio sia al posto di un occhio e una mano al posto di una mano e un piede al posto di un piede, un'immagine al posto di un'immagine....."

Riportare le cose alla loro unità originaria, in cui non ci sono parti ma solo il tutto, non c'è un alto o un basso, un fuori o un dentro.

La verità delle cose è l'unità.



liberamente tratto da  Bart D. Ehrman   - Lost Christianities: The Battles for Scripture and the Faiths We Never Knew

giovedì 14 ottobre 2010

Capire un quadro

La rappresentazione del mondo è un modo di rappresentarlo, che dipende dalle cognizioni dell'artista, dall'ambiente che lui frequenta, da coloro che gli hanno commesso l'opera - il che è importantissimo-, e soprattutto dalle sue capacità tecniche. Tutte le rappresentazioni del mondo sono legate a questi fattori: tecnica, conoscenza, mitologie del momento, fattori religiosi, fattori sociali, e poi, negli ultimi, diciamo cinquanta, cento anni anche il fattore economico, che è molto importante. Ogni rappresentazione segue queste leggi. Quindi il fatto stesso di rappresentare il mondo esterno è seguire uno schema rappresentativo. Non esistono assolutamente rappresentazioni che evadano da questi fattori.
Più si conosce la storia - parlo di tutta la storia: religiosa, sociale, economica, letteraria - e più è facile capire i quadri. Bisogna avere una base conoscitiva molto ampia per capire i quadri. Anche perché, a dispetto di quelli che parlano di pura visibilità, il soggetto è molto importante per capire un quadro.

Federico Zeri




la metà del lavoro

Chi scrive un libro fa la metà del lavoro. L'altra metà la fa chi lo prende quel libro e lo legge, lo butta, lo consuma, lo assorbe, ci litiga, ci va a dormire sopra, ci si addormenta. Insomma il lettore compie il libro, lo finisce il libro, come se fosse un semilavorato e alla fine della lettura di ogni singolo lettore, quel libro è un'opera compiuta, è un fatto compiuto, perché è avvenuto l'incontro o scontro o la rinuncia o la rissa tra le due parti.

Erri De Luca


mercoledì 13 ottobre 2010

Hegel e l'arte

L’arte è essenzialmente mediazione e conciliazione tra spirito e materia, universale e particolare, infinito e finito, pensiero e sensibilità: essa è un prodotto dello spirito con il quale questo dà vita a una prima forma di “conciliazione tra ciò che è semplicemente esterno, sensibile e transeunte , ed il puro pensiero, tra la natura e la realtà finita e l’infinita libertà del pensiero concettuale". 
L’opera d’arte non è ancora puro pensiero, ma, nonostante la sua sensibilità, non è più semplice esistenza materiale, come le pietre, le piante, la vita organica”.  A differenza delle pur varie forme del bello naturale, l’opera d’arte reca in sé un momento della vita dello spirito e fa appello a un pensiero capace di comprenderla nella sua essenza: essa “è essenzialmente una domanda, un’apostrofe , rivolta ad un cuore che vi risponde, un appello indirizzato all’animo e allo spirito”.
A cura di Claudia Bianco


lunedì 11 ottobre 2010

Il salvatore


Quel giorno Luca era sceso al torrente e si era seduto sulla base di cemento dell’acquedotto che serviva il vicino centro di Spedaletto due chilometri più a monte e cento metri più in basso. Era rimasto lì a far sbollire il malumore guardando l’acqua limpida e verde di una pozza. Aveva fatto tutte le sue solite considerazioni e s’era posto tutte le sue abituali domande. S’era chiesto quale fosse il suo nome, quanti anni avesse e se la vita fosse già tutta lì, alle sue spalle, cosa che si continuava a domandare da quando aveva compiuto vent’anni. Poi aveva fatto l’altra bella constatazione d’aver già dei figli ormai grandi. Allora com’era sua abitudine s’era accarezzato la barba provando piacere nel saperla brizzolata. Poi era rimasto a guardarsi una mano perché non gli veniva in mente più niente di altrettanto interessante.




Così era ricorso all’espediente efficace di tirar sassolini nell’acqua perché sempre, quando aveva la fortuna di poter tirare qualche pietruzza nell’acqua, era parimenti riuscito a fare qualche bel pensiero sostanzioso. Lui osservava il sassolino sprofondare nell’acqua e scomparire nel “misterioso” fondale, poi seguiva il moltiplicarsi dei cerchi all’infinito e dopo una mezz’oretta passata così, era in grado di pronunciare, con animo sereno, mirabili sentenze che allungavano la lista degli aforismi famosi di tutti i tempi. Un patrimonio di inestimabile valore per l’umanità, che i suoi figli apprezzavano veramente tanto. Poi, visto che c’era vento e che lui sapeva l’aria essere uno dei quattro elementi primordiali, coscienziosamente si era messo in ascolto, nel caso che il vento avesse qualcosa di personale da dirgli. Aveva chiuso gli occhi (stanchi avrebbe detto), quegli occhi che, effettivamente, continuavano a guardare da quarantanove anni, pur senza distinguere gran che nel dettaglio, ed era rimasto così, per riposare un po’. Mezzo secondo netto, per la precisione. Voleva fare silenzio dentro di sé, far tacere il tumulto del pensiero (sic!)…. E accettare d’essere portato dal tempo come l’acqua che gli scorreva gorgogliando accanto (il torrente era in secca). Tutto per giungere ad una confessione pubblica di grande impatto emotivo: “non era lui il salvatore di se stesso, né di alcun altro, ma solo un viaggiatore un po’ stanco” termine insistito “che aveva visto una parte del mondo, non tutto il mondo, ma una parte, una piccola parte e che poteva raccontare la sua storia a chi avesse voluto ascoltarla.” 

Tratto dal libro "Racconto in bianco e nero" di Max Loy 


domenica 10 ottobre 2010

Vale o non vale la pena?



Il gatto intanto lo guardava impenetrabile e distante, con calma sovrana, accentratore di potere, saturando tutto lo spazio della coscienza di Luca che si accorse di lui e lo cercò per una carezza.



Roboamo aveva dieci anni e da dieci anni dissimulava sotto un’aria sonnolenta e tranquilla un’indole inquieta, guardinga, l’attenzione rivolta altrove ai rumori insoliti, sospetti, indecifrabili della casa. Impercettibili scricchiolii del legno, bisbiglii segreti, umori, pensieri, suoni da interpretare, tutte eccezioni alle abitudini cadenzate della giornata. Porte aperte sull’imprevisto, opportunità, pericoli…. Chissà.

Da qualche tempo però sembrava meno attento, più abbandonato nel sonno, più apatico ed anche più vulnerabile.
Forse perché era più vecchio? Si chiedeva Luca, da sempre alla ricerca del comune denominatore comportamentale, riflettendo sul proprio stato d’animo.


Uscì dalla stanza e nuovamente si fermò ad ascoltare se il tarlo, che non era mai riuscito a stanare, continuasse a consumare il legno del corridoio come un vizio che è vano combattere. Quel tarlo era quasi un alibi, come a dire che in certe situazioni si resta impotenti. La casa intera era una giustificazione plausibile agli scrupoli di coscienza: la manutenzione una lotta infinita e persa, dopo il grande entusiasmo e la profusione di energia della ristrutturazione e dell’arredamento.
Il tempo era una macina
……
E poi c’era la Noia sempre lì in agguato con quella dannata domanda: - Vale o non vale la pena? –
…..
“La fregatura è ….” Pensò sconsolato” la fregatura è che la noia è onnivora e ha mascelle da iena, sgretola anche il desiderio dopo essersi ingoiata tutti i piaceri”.
……
Brani tratti dal libro “Racconto in bianco e nero” di Max Loy



venerdì 8 ottobre 2010

Max Loy Accademico - 1986


Il premio internazionale "Le Muse"

Fondato da Giuliana Plastino Fiumicelli, ancora oggi animatrice dell'Accademia "Le Muse" e promosso dal sindaco Giorgio La Pira nel 1965, il premio viene attribuito a personalità illustri del campo culturale, dalla pittura alla letteratura dal cinema al teatro, che si siano particolarmente distinte nel corso della loro carriera. 
"Il premio internazionale 'Le Muse' costituisce a Firenze la manifestazione che negli anni è diventata una vera e propria occasione istituzionale che per serietà e rilevanza dei personaggi premiati ha coinvolto l'Amministrazione comunale fino a farla sentire pienamente identificata con le scelte che rappresentano l'intera città di Firenze.
Rileggere l’Albo d’Oro fa trepidare di emozione e capire che dal Salone dei Cinquecento è passata, attraverso la manifestazione, tanta parte della cultura italiana ed internazionale attribuendo a Firenze il ruolo di centro della cultura la cui vocazione naturale trova dal Premio alimento ed indiscusso prestigio.
 Grazie all'entusiasmo e la competenza di Giuliana Plastino Fiumicelli, il premio ogni anno è cresciuto e lo ha fatto diventare uno dei più prestigiosi a livello nazionale, tanto che anni addietro ha ricevuto un riconoscimento dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi".


prof. Corrado Marsan 


Cattedrali


.... Un molo
Attracco di velieri
Tra geometrie
Ritagli
Schegge
E frammenti.... Il cielo

Lembi di mare
Lembi di terra.
Deposito di onde
Foreste di alghe
Santuari marini
Imbevuti di luce
Si stagliano nel cielo
Come dolmen
Elevano dal suolo
Votive colonne
Taglienti come coltelli.

Vetrate di cattedrali
Riflettono metalli dorati
E luci arcobaleno
Fanno piovere bagliori
Di azzurro puro....”

                                                            Mariella Murgia